Legge elettorale, superare il Porcellum. Si, ma come?

 

Da alcune settimane l’annosa questione della riforma del sistema elettorale è tornata prepotentemente alla ribalta, per diversi motivi.

La nascita del governo Monti sta favorendo l’instaurazione di un clima di positiva collaborazione tra le principali forze politiche in Parlamento e il superamento delle sterili contrapposizioni frontali che hanno caratterizzato – con poche eccezioni – l’ultimo quindicennio. Pdl, Pd e Terzo Polo, fino a ieri l’un contro l’altro armati, sono oggi uniti nel sostegno al “governo dei professori”, lasciando all’opposizione le “estreme”, ossia la Lega Nord e l’Italia dei Valori. Le forze centrali del sistema politico italiano tornano dunque a dialogare fra loro e, a differenza degli anni passati, sembrano farlo con convinzione e serietà, forse animate dalla consapevolezza che un ulteriore fallimento farebbe crollare in modo irreversibile la già poca fiducia che gli italiani ripongono nella politica. Come sempre quando si apre uno spiraglio per ragionare di riforme condivise, il tema del superamento del Porcellum torna immediatamente d’attualità. Ma ci sono anche altre ragioni che portano a pensare che questa volta la riforma della legge elettorale si farà.

Innanzitutto l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, previsto (salvo una caduta anticipata del governo Monti che però oggi appare poco probabile) per la primavera del 2013, impone un ragionamento sul tema, dato che la legge attualmente in vigore ha prima provocato il fallimento della scorsa legislatura, consegnando a Prodi un Senato ingovernabile con solo 2 voti di maggioranza e ha poi agevolato il prolungamento innaturale della legislatura in corso grazie al fatto che i deputati, “nominati” e non eletti, non temendo alcuna sanzione elettorale, sono passati senza troppi scrupoli dall’opposizione al governo scatenando un’indecente compravendita.

In secondo luogo, la bocciatura da parte della Consulta del referendum promosso da Segni, Parisi e Di Pietro che avrebbe reintrodotto – per reviviscenza – il Mattarellum, lascia ogni responsabilità sulla possibile riforma nelle mani del Parlamento e dei partiti.

Infine, vi sono ragioni di opportunità più squisitamente “tattiche”: il Pdl, indebolito dalla caduta di Berlusconi, con i sondaggi che lo danno sempre più giù, intorno al 21-22%, si ritrova isolato. L’alleanza con la Lega è infatti in bilico e allo stesso tempo il Pdl non sembra in grado di instaurare un dialogo fruttifero con l’Udc di Casini. In questa situazione le elezioni con il Porcellum, da sempre difeso a gran voce dal partito, sarebbero una disfatta annunciata per Berlusconi e Alfano: senza alleati perderebbero la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento e dovrebbero spartirsi i seggi dell’opposizione con Lega e Terzo Polo. Molto meglio allora cambiare la legge, andando verso un proporzionale che lasci aperta la partita rinviando il gioco delle alleanze alla fase post-elettorale.

Per tutte queste ragioni sembra assai probabile che il Porcellum verrà superato.

Il punto è che non è ancora chiaro in che modo. Le preferenze dei partiti al riguardo sono, come sappiamo, le più disparate: il Pd ha da tempo espresso il proprio favore per il cosiddetto modello ungherese (70% maggioritario a doppio turno, 28% proporzionale con sbarramento al 5% e 2% di diritto di tribuna per i partiti minori); l’Udc invoca il modello tedesco, che gli permetterebbe di assumere un ruolo pivotale al centro del sistema, analogo a quello esercitato per lungo tempo dai liberali in Germania (alleati ora con la CDU, ora con la SPD); l’Italia dei Valori vorrebbe un ritorno ai collegi del Mattarellum, la Lega non disprezza l’attuale sistema e comunque è radicalmente contraria alla reintroduzione del voto di preferenza.

Un importante punto d’incontro in questa babele apparentemente inconciliabile è stato raggiunto da Pdl e Pd la scorsa settimana: il partito di Berlusconi è pronto a rinunciare al premio di maggioranza attualmente previsto dal Porcellum in cambio della rinuncia da parte del Pd ai collegi. Questo accordo spariglia completamente le carte in tavola ed elimina molte delle proposte in campo fino a oggi. L’opzione, per lungo tempo caldeggiata dal Pdl, di mantenere l’impianto delle legge attuale inserendo la possibilità di selezionare i parlamentari con il voto di preferenza è ormai una possibilità superata, anche, come abbiamo detto prima, da ragioni di convenienza nel breve periodo (oggi paradossalmente è proprio il Pdl a volersi sbarazzare del premio di maggioranza). Anche il modello ungherese preferito dal Pd è stato tolto dal tavolo delle trattative per via della presenza dei collegi a doppio turno (che storicamente non piacciono al centrodestra, per la tendenza del suo elettorato ad astenersi in misura consistente al secondo turno, come regolarmente accade ai ballottaggi delle comunali). Inoltre l’accordo Pdl-Pd elimina la possibilità di adottare il modello tedesco, o la sua versione in salsa spagnola presentata già nel 2007 dal senatore Vassallo e oggi riproposta con lievi modifiche nel disegno di legge firmato da Ceccanti e altri senatori e presentato il 30 gennaio a Palazzo Madama. Tutti questi modelli, infatti, prevedono la presenza dei collegi uninominali per l’elezione di metà dei rappresentanti.

Cosa rimane allora? Se non possono esservi collegi uninominali, la legge elettorale sarà un proporzionale. Ma dal momento che né Pdl né Pd vogliono un sistema partitico eccessivamente frammentato vi saranno degli accorgimenti per limitare le forze che possono avere accesso alla rappresentanza. Inoltre, entrambi i principali partiti vorrebbero (o almeno così dichiarano) mantenere una dinamica bipolare della competizione. Non essendo più in campo l’ipotesi del premio di maggioranza che se non altro garantiva questo obiettivo (seppure con conseguenze deleterie, come l’incentivo a formare coalizioni “pigliatutti” per ottenere un voto in più degli avversari) si dovrà trovare uno strumento alternativo che impedisca un ritorno al modus operandi della I° Repubblica.

Queste condizioni preliminari restringono il campo ad un solo modello possibile. Fatte salve ipotesi difficilmente percorribili come l’introduzione del sistema irlandese del voto singolo trasferibile, l’Italia, almeno dal punto di vista del sistema elettorale, parlerà spagnolo. Il sistema iberico sembra possedere tutti i prerequisiti richiesti. E’ un proporzionale, ma garantisce una sovrarappresentazione dei due partiti maggiori grazie alla piccola dimensione delle circoscrizioni che alza la soglia implicita di sbarramento anche al 15-20% (la dimensione media delle circoscrizioni spagnole, ripartite su base provinciale, è di 6,7 seggi).

Applicato in Italia, nella sua versione integrale (senza dannose commistioni con altri sistemi), permetterebbe a Pdl e Pd di aumentare sensibilmente lo scarto tra la percentuale di voti raccolti e quella di seggi conquistati. Allo stesso tempo questo sistema non danneggerebbe la Lega, che, alla stregua dei partiti regionalisti spagnoli, potrebbe far valere la propria concentrazione territoriale nel Nord, in cui in molte aree supera agilmente la soglia implicita richiesta del 15-20%. I piccoli partiti potrebbero comunque ottenere rappresentanza grazie al fatto che nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Torino) l’alto numero di seggi quasi azzera la suddetta soglia implicita. In queste città, analogamente a quanto accade in Spagna con Madrid, Barcellona e Valencia, varrebbe comunque la soglia esplicita del 3% a livello di circoscrizione, in ogni caso facilmente superabile per partiti come Udc, Sel, Idv, Fli e, in alcuni casi, perfino da Rifondazione, Radicali e Movimento 5 Stelle. In tal modo si creerebbe un sistema quasi-bipartitico, ma con un diritto di tribuna lasciato alle forze minori che non sarebbero cancellate, però allo stesso tempo non godrebbero più di quel potere di ricatto che troppe volte ha danneggiato il nostro sistema.

Pdl e Pd hanno dunque una grande opportunità: sfruttare l’attuale contingenza politica favorevole per ristabilire le regole del gioco e ridare all’Italia un sistema elettorale efficace, in grado di assicurare governabilità e un minimo di credibilità alla classe politica. Le intenzioni sembrano buone. Speriamo solo non si tratti dell’ennesimo bluff.

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