Il vero problema del debito italiano

Il debito pubblico del nostro Paese, riassunto da uno spaventoso numero costituito da tredici cifre, preoccupa non poco gli investitori di tutto il mondo. Il debito pubblico Italiano, di ben 1,9 trilioni di Euro, il quarto maggiore al mondo, per il 44,27% è posseduto da investitori non Italiani. Questo spiega tutta l’attenzione della finanza internazionale per i conti del Bel Paese, il plauso alle manovre di austerità varate dall’attuale governo, nonché la solerzia con la quale BCE e FMI si sono attivati per aiutarci.

Bisogna ammettere tuttavia che questo debito pubblico, per quanto enorme, è decisamente molto ben gestito: la sua salute è costantemente monitorata da migliaia di analisti (non solo quelli delle agenzie di rating), ha una durata media di 7,1 anni e i titoli relativi sono scambiati su mercati estremamente liquidi. Infine, al momento, l’Italia non sembra avere grossi problemi d’insolvenza, diversamente da quanto pensano alcuni speculatori che nelle settimane passate hanno scommesso sul default, cioè sul fallimento dello Stato.

In Italia c’è però un debito molto meno roboante, meno noto, ma probabilmente molto, molto più preoccupante: il debito dei privati. Le famiglie italiane sono indebitate per 887 miliardi; ognuna di queste ha quindi un debito medio di 19.200 euro con i record di Roma e Lodi (circa 28 mila euro a famiglia) e Milano poco più di 27 mila). Il 41% di questa massa debitoria è rappresentato da mutui casa, il 33,6% da credito al consumo.

La storia economica del dopoguerra ci insegna che per le società e per lo Stato il debito ha spesso rappresentato una risorsa, è servito per generare crescita, occupazione, infrastrutture, investimenti, ospedali e solo in tempi più recenti si è esagerato causando gravi problemi: nel periodo ’75-90 per gli eccessi sono stati commessi dallo Stato, nel 2001-2007 da banche e società. Invece, nel caso del debito dei privati, ad eccezione dei mutui casa, quasi mai il debito è stato utilizzato per creare ricchezza durevole. Una casa, oltre ad essere una necessità, è considerato un valore che, seppur soggetto a oscillazioni di mercato talora anche violente, resta nel tempo e contribuisce alla ricchezza immobiliare del Paese. Solitamente invece il credito al consumo viene utilizzato per acquisti che potremmo definire voluttuari.

Avere un “tetto sopra la testa” è una necessità imprescindibile, ma la cultura dei consumi, l’imposizione di modelli comportamentali mutuati da altri Paesi storicamente più “spendaccioni” del nostro, l’abilità dei maghi del marketing e la martellante forza della pubblicità ci hanno insegnato a considerare come necessarie molte cose che forse non lo sono, quali ad esempio gadget tecnologici, vacanze esotiche, abiti firmati o costosi apparecchi di home entertainment.

Il credito al consumo attualmente in circolazione in Italia ammonta a 298 miliardi di euro; 185 miliardi erogati dalle banche e 113 dalle finanziarie. Soprattutto queste ultime sono particolarmente aggressive nel proporre finanziamenti: i loro dipendenti non sempre hanno uno stipendio fisso e, se ce l’hanno è molto misero, tuttavia incassano un’allettante percentuale sul finanziamento che riescono a collocare ai loro clienti. Capita quindi che molte persone entrino negli uffici di una finanziaria per avere un prestito da duemila euro per il mega televisore e ne escano con un finanziamento di quindicimila con cui si regalano anche una nuova utilitaria e le vacanze ai Tropici.

Il 29% di quei 298 miliardi è rappresentato da prestiti per acquistare automobili o moto. Il 44,7% sono prestiti personali utilizzati principalmente per pagare viaggi e matrimoni; la media del debito contratto per un matrimonio è di diciotto mila euro, cui spesso si aggiunge pure il prestito per la luna di miele.

Il 4,5% del credito al consumo rientra nella categoria definita “altro finalizzato” ovvero sostanzialmente spese per elettronica di consumo: non già computer e stampanti, che possono avere qualche utilità, ma sostanzialmente gadget quali lettori MP3, fotocamere, Ipod, giochi tecnologici, ecc.

Il 14,9% è la cosiddetta “Cessione del Quinto”, così chiamata perché è garantita da un pegno che riguarda la quinta parte del salario o della pensione. Questa tipologia di credito piace molto ai consumatori perché, a differenza delle categorie di credito di cui sopra, non richiede che si specifichi come si spenderà il denaro ricevuto. Spesso questo credito è utilizzato per coprire “buchi” di precedenti finanziamenti, per sanare rate di altri prestiti che non si riescono a pagare altrimenti. Vediamo spesso pubblicità che promettono prestiti anche a protestati o a chi ha brutte storie creditizie alle spalle e che, come tali, non riceverebbe credito diverso da questa tipologia la quale, invece, essendo garantita dal pegno sullo stipendio (e sulla liquidazione), può essere applicata anche ai disperati. Tuttavia le finanziarie sanno ben sfruttare la disperazione e se la fanno pagare con un tasso di interesse che può legalmente arrivare fino al 20,3% (come da decreto del Ministero dell’Economia in vigore dal primo gennaio 2012).

Infine, il 6,8% di questi prestiti personali sono rappresentati dalle carte revolving, cioè da carte che invece di chiedere il pagamento per intero delle spese effettuate in un mese, entro il 15 del mese successivo, come accade con le carte di credito tradizionali, consentono di pagare mensilmente a rate fisse.  Ovviamente si paga un lauto interesse che nei mesi cresce e si capitalizza. Con una spesa di 2000 euro in un mese, rimborsata in comode rate da 100 euro, grazie al cumulo degli interessi, si può anche arrivare a doverne rimborsare 8000 in un periodo di sei anni. È uno strumento che si sta pericolosamente diffondendo sempre di più in Italia per la sua facilità di utilizzo: non ci sono complicati moduli da compilare, non si va in banca, nessuno fa domande sulle spese progettate; spesso queste carte arrivano a casa – non richieste – ed un’invitante lettera di accompagnamento spiega che basta un fax con pochi dati e le coordinate bancarie per attivarle. La stretta di credito dell’ultimo anno ha quadruplicato il numero di carte revolving emesse.

Nel 2011 sono stati concessi 91 milioni di finanziamenti: con un calcolo elementare si deduce che ogni Italiano oltre i sedici anni ha chiesto due prestiti nell’anno appena terminato. È quindi evidente che ci sono molte persone che hanno più finanziamenti in corso: con una simile sovrapposizione, spesso il peso delle rate da pagare è insostenibile.

Se consideriamo le esposizioni debitorie al di sotto dei settantacinquemila euro, possiamo rilevare che 1.705.503 persone sono in sofferenza, cioè non sono riuscite a fare fronte ai debiti e non pagano più le rate dei finanziamenti. Il valore di questi crediti in sofferenza è di 18,2 miliardi di euro.

Le storie relative a queste situazioni sono molte, ma di solito si tratta di persone o famiglie con una struttura finanziaria un po’ “tirata”, come ad esempio con un reddito di tremila euro e rate da pagare di duemila. Se ad esse capita un evento negativo, scoppia la crisi. Può trattarsi di un problema di salute, di un incidente, della perdita del lavoro, di un divorzio, o anche solo dello scaldabagno che si guasta… si salta qualche rata e subito arrivano gli esattori. Banche e finanziarie, infatti, preferiscono cedere i crediti in sofferenza a professionisti che della persecuzione del debitore sanno fare un’arte. Quest’ultimi rilevano il credito ad una frazione del valore facciale, ma sono così bravi a recuperare sui debitori che spesso ottengono un guadagno più che doppio rispetto al prezzo di acquisto del credito.

Di solito i debitori in crisi cercano di “tamponare” con la soluzione che conoscono meglio: chiedere un altro prestito. La stretta creditizia degli ultimi tempi rende difficile a chiunque ottenere nuovo credito, figuriamoci ai cattivi pagatori! Queste persone entrano in una spirale da cui non riescono più a uscire, perdono di vista il quadro generale e si concentrano solo sulla rata o sulla cambiale in scadenza in quel mese, cercando di ottenere denaro in qualunque modo. Il ricorso all’usura è cresciuto nel 2011 del 134,7%.

Le imprese in crisi debitoria possono dichiarare fallimento, cessare di esistere, e in questo modo la triste vicenda finisce. Persino gli Stati vanno in default e non pagano i creditori: è successo in Argentina, in Brasile e probabilmente succederà anche per almeno il 60% del debito greco. I privati, invece, sono perseguitabili a vita. Infatti, se un recuperatore di crediti ha spremuto al massimo un debitore, ma questi non ha saldato per intero il suo debito, aspetta magari qualche anno, attende che il debitore riesca a “rimettersi in piedi” oppure riceva un’eredità poi ritorna a chiedergli soldi. E non va dimenticato che in questo periodo di attesa gli interessi sul debito continuano a correre e quindi cresce anche la massa debitoria. Insomma, una volta entrati in questa spirale è davvero molto difficile uscirne.

L’antivigilia di Natale, il Governo, ha cercato di fare qualcosa estendendo anche ai privati il ricorso al concordato fallimentare, prima riservato alle aziende. Si tratta della possibilità di riunire i creditori e offrire loro tutto ciò che si ha, chiudendo così la situazione. Bisogna riconoscere, però, che questo decreto legge è di difficile utilizzo per i privati: chi scrive ha dovuto rileggerlo tre volte per riuscire a capire come funziona. Si tratta di una procedura talmente complessa che una persona i cui pensieri sono tutti dominati dalla cambiale che scade il giorno dopo o dalla rata che deve essere pagata entro la settimana, difficilmente riesce a seguire da sola. E i servigi di avvocati e commercialisti costano molto.  Comunque  il decreto è rimasto monco: in caso di mancato accordo le aziende possono fallire, i privati no e rimangono debitori a vita.

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