Dalla primavera all’inverno arabo?

 

 

«Finitelo». Così il magazine americano Foreign Policy ha intitolato il pezzo con il quale Daniel Byman ha cercato di spiegare perché il mondo ha bisogno di togliersi dai piedi il dittatore siriano Bashar al-Assad e perché senza l’intervento internazionale c’è il rischio che Assad continui invece a governare ancora per anni. La guerra civile è cominciata da tempo (in questi giorni il regime ha lanciato un nuovo assalto alla città di Homs) la crisi si e’ internazionalizzata (la Turchia e’ da tempo impegnata a ricevere profughi siriani e a ospitare le forze armate libere della Siria) e sono in molti a pensare che il presidente siriano abbia i giorni contati, eppure Assad potrebbe rimanere in sella ancora per un pezzo. Specie se non è pressato da attori esterni.

Certo, nonostante la morte di 5000 dimostranti e l’arresto di altre migliaia, i siriani hanno coraggiosamente sfidato il regime che sembra incapace di piegarli. E senza dubbio il sostegno internazionale ad Assad si è indebolito. In agosto il presidente Obama ha dichiarato «E’ venuto il momento per il presidente Assad di fare un passo indietro»; l’Unione europea si è associata agli Stati Uniti e ha imposto sanzioni contro il regime siriano, anche sulle forniture di petrolio e, nel frattempo, la Lega Araba ha ripetutamente chiesto il cessate il fuoco e ha cercato di raggiungere un’intesa per il passaggio dei poteri. Inoltre, il collasso dei commerci e degli investimenti e la massiccia fuga di capitali gli stanno alienando le simpatie di molti siriani, senza contare che il regime tra non molto faticherà a pagare i suoi servizi di sicurezza. Piuttosto che uccidere i propri connazionali, migliaia di soldati hanno abbandonato l’esercito siriano. Le diserzioni stanno aumentando e molti militari sono consegnati nelle loro caserme perché il regime non si fida di loro. L’Esercito della Siria libera, composto (apparentemente) in larga parte da disertori, sta diventando più forte e sta operando liberamente nella maggior parte del paese.

Insomma, il regime è stato colpito duramente. Eppure Assad non è finito e, secondo Byman, ha ancora parecchie carte da giocare. Anzitutto, può contare ancora sulla lealtà dei militari e dei servizi di sicurezza. Specie degli ufficiali, che per la maggior parte vengono dalla comunità alawita. L’opposizione è dominata dalla maggioranza sunnita (sostenuta da paesi arabi del Golfo) e la minoranza alawita ha ragioni viscerali per resistere al regime change. Non per caso, Assad ha cercato di cooptare altri gruppi minoritari (cristiani, drusi, curdi) che temono che il crollo del regime possa portare a delle carneficine. Le sanzioni hanno indebolito la popolarità del regime, ma quando le risorse diventano scarse stare dalla parte di chi comanda diventa ancora più importante: chi ha le armi mangia per primo e l’opposizione al regime mangia per ultima. Tanto per fare un esempio, Saddam ha resistito alle sanzioni per un decennio e per abbatterlo c’è voluta l’invasione. Oltretutto, insiste Byman, Assad non è da solo. L’Iran può garantire al regime sostegno economico e armi a sufficienza. Lo stesso possono fare gli Hezbollah attraverso il Libano. E lo stesso governo iracheno può distogliere lo sguardo mentre i trafficanti trasportano merci e armi in Siria dall’Iraq. Inoltre, c’è la Russia, un fornitore d’armi e (come abbiamo visto) un ostacolo inamovibile alle Nazioni Unite, che può bloccare gli sforzi internazionali per isolare il regime. C’è poi la disorganizzazione dell’opposizione e non c’è un leader carismatico che possa unire l’opposizione che ha forti identità (e divisioni) regionali e locali.

Per farla breve, il dittatore siriano non è abbastanza forte da sottomettere l’opposizione, ma gli oppositori non sono forti abbastanza da poterlo cacciare. Uno scenario perfetto per una guerra civile permanente. Per andarsene, Assad ha bisogno di una spinta della comunità internazionale. Il Consiglio nazionale siriano è tornato a chiedere aiuto all’Occidente e ai paesi arabi, ma Washington esclude un intervento armato «in stile libico». Ma in Libia, forse il passo più importante compiuto dagli occidentali è stato proprio quello di mettere in piedi l’opposizione libica in modo da farne un’istituzione più rappresentativa e più efficace. E l’Occidente (che ha una posizione molto defilata) non deve escludere l’intervento e, anzi, la possibilità deve rimanere sul tavolo proprio per avvertire che l’opposizione al regime non può essere spazzata via con la forza e che l’intervento (che verosimilmente potrebbe essere turco o arabo) sarà tanto più probabile quanto più Assad rifiuterà di passare la mano. Il che potrebbe convincere molti lealisti che è tempo di abbandonare la nave prima che affondi e prima che nell’opposizione cresca la voglia di vendetta e diventi perciò meno disposta a trattare.

In caso contrario, lo spargimento di sangue continuerà per un pezzo e aumenteranno i rischi. Il rischio di inghiottire altri paesi vicini come la Turchia e Israele, di compromettere gli sforzi per ricostruire l’assetto statale in Iraq, di accrescere le tensioni tra l’Iran e l’Occidente e di restituire credibilità agli autocrati nel mondo arabo, quando sostengono che l’alternativa alla tirannia non è la libertà ma il caos. Dalla primavera all’inverno arabo?

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