Il Paese degli smemorati

E’ uno strano Paese il nostro, in cui la memoria sembra funzionare a fasi alterne. Per giorni non si fa che discutere di un problema: che sia la crisi economica, la lentezza della giustizia o la legge elettorale, non fa differenza. Tv e giornali vengono inondati di sdegno e buoni propositi, salvo, poco dopo, consegnare lo stesso problema all’oblio degli anni. E quando gli eventi, magari aiutati dell’ennesimo scandalo,  lo restituiscono intatto all’evidenza dei fatti, tutti tornano a parlarne con lo stesso sdegno e gli stessi buoni propositi, persino con la stessa sorpresa. A quel punto, di nuovo inondazione collettiva di parole e di nuovo oblio generale, senza che, il più delle volte, sia cambiato nulla.

Il fenomeno, va detto, non è di oggi. Se, ad esempio, il governo Berlusconi è stato accusato di aver minimizzato i segnali di allarme sulla crisi economica e finanziaria mondiale, va riconosciuto che qualcosa di molto simile era già successo nella cosiddetta prima Repubblica. Non ci dobbiamo, infatti, scordare delle dichiarazioni dei vari Ministri del Bilancio di quegli anni, preoccupati solo di rassicurare i cittadini davanti alle fosche previsioni degli analisti: “ma quali problemi? Se tutto va benissimo … Sono solo allarmismi ingiustificati”, tanto ingiustificati che ci si ritrovava di lì a poco a stampare nuova carta moneta , a svalutare la lira, a rincorrere l’inflazione.

I cortocircuiti della memoria, in realtà, costituiscono una patologia collettiva di origini ancora più antiche. C’è chi ha scritto che “in questo Paese, se si avesse memoria, sarebbe un ecatombe”, e il fascismo è un esempio tra i più calzanti al riguardo, come testimoniano le divertenti parole di un politologo scomparso: “Io purtroppo mi trovo in questa disperata condizione: uno dei pochi Italiani che hanno memoria. Mi ricordo, ad esempio, quando da giovane balilla accorrevo entusiasta ai comizi tenuti nelle piazze. Ma dovevo essere solo ad affollarle, perché da allora non ho trovato più nessuno che ricordasse di esserci stato. Mi sono quindi persuaso che doveva essere stato il balilla Spreafico ad agitarsi in camicia nera per anni e a gridare con la forza di migliaia di giovani nelle città italiane”.

Oggi succede così su molti temi, che appaiono e scompaiono a fasi alterne dalla nostra attenzione. Come è successo con lo scandalo Lusi, tesoriere della Margherita, che ha fatto riapparire il problema del finanziamento pubblico dei partiti. Come se il problema non ci fosse stato a prescindere da lui. Ora sembra che tutti, d’improvviso, si rendano conto che il finanziamento pubblico dei partiti, uscito dalla porta con il referendum del ’93, è rientrato dalla finestra con la norma sui rimborsi elettorali; che la cifra da moltiplicare per il numero degli elettori è aumentata esageratamente; che non c’è nessun controllo su come i denari vengono utilizzati. Alcuni partiti si sono affrettati a dichiarare che sono pronti a depositare entro qualche giorno una proposta di legge per subordinare il rimborso elettorale all’adozione di regole di trasparenza da parte dei partiti. Ma anche qui l’amnesia deve avere lasciato segni, se non rammentano di aver già presentato molte proposte al riguardo: almeno 44 volte solo dal ’96 ad oggi. Qualcuno dovrebbe chiedere conto ai partiti di questa collezione di parole depositate e subito abbandonate dagli stessi proponenti.  Aspettiamo una risposta dai partiti prima che ce ne dimentichiamo tutti di nuovo.

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