Il punto debole del governo Monti

Nel turbinio di commenti sul nuovo governo prima e sul pacchetto di misure dopo, il silenzio sarebbe stata la scelta più opportuna per tanti. Non perché non ci fossero cose da dire, ma perché costituiva poco più di un esercizio retorico dirle in quel momento. Primo punto: il governo Monti è un buon governo? Troppo presto per valutarlo seriamente. Sicuramente è composto da ministri competenti. Che non vuol dire che essi siano necessariamente i migliori possibili, ma i migliori possibili in una situazione di emergenza come quella attuale.

Probabilmente, una scelta più meditata sulla compagine governativa (ministri, viceministri, sottosegretari) avrebbe potuto evitare qualche nomina discutibile. E non tanto per le singole persone in sé, essendo molte dotate di preparazione e capacità oggettive, quanto per gli innegabili conflitti di interesse che il nuovo ruolo ha generato.

Secondo punto: le cosiddette misure anticrisi. Una valutazione molto sintetica è che esse, belle o brutte che siano, appaiono inevitabili. L’Italia ha seriamente rischiato il default e senza quelle misure il rischio si sarebbe concretizzato. Il vero punto, semmai, è che esse sono poco coraggiose, sbilanciate sul rigore a fronte di un’attenzione inadeguata all’equità e alla crescita.

Occorre anche in questo caso tener conto del poco tempo a disposizione del nuovo premier per preparare l’intera manovra, evidentemente insufficiente anche solo per studiare la crisi prima ancora che per tentare di risolverla. Il momento storico, tuttavia, è tale da non consentire sconti a nessuno.

Neanche al governo. La crisi economica è durissima e molta estesa, e a chi perde il lavoro, a chi non lo ha mai trovato, a chi non riesce più a far bastare lo stipendio, non interessa che il governo sia tecnico o politico, che abbia lavorato in fretta o con il tempo necessario. Interessa, piuttosto, che svolga bene il proprio compito, che è quello di governare bene e per il bene comune. In questo senso, anche l’attuale governo è politico: esso è chiamato a scegliere le soluzioni migliori non solo tecnicamente, ma quelle che meglio conciliano l’efficienza tecnica con il bene comune.
Non si tratta di una distinzione accademica, ma di sostanza: nessun governo politico può basarsi semplicemente sul rigore, perché ha come mandato il perseguimento dell’interesse generale. Solo praticando l’equità un governo diventa autorevole: se chiede sacrifici imponendoli a tutti equamente, tutti saranno più disponibili ad accettarli e torneranno a fidarsi delle istituzioni e della politica.
Se un errore, dunque, può essere addebitato al nuovo governo è il non aver riconosciuto la crucialità della coesione sociale: come nel dopoguerra, le difficoltà che la ricostruzione di un paese comporta potranno essere superate solo riannodando i fili di un sentire comune tra gli italiani, che si è ormai perso. Senza equità, il rigore potrebbe risultare sterile ed anzi irrigidire ulteriormente le fratture della società italiana. E in quel caso nessuna ripresa sarebbe possibile.

In conclusione, il governo Monti non ha altra scelta che passare velocemente a una seconda fase in cui compensare le lacune della prima, la quale – è bene ribadirlo – non poteva non avere altra priorità che quella dei saldi finanziari. Sui componenti della squadra governativa, dovrà preoccuparsi di fugare ogni possibile sospetto di conflitto di interesse pubblicando non solo i curriculum vitae, ma anche gli incarichi, gli stipendi, le pensioni, dei ministri, viceministri e sottosegretari, dando esempio di trasparenza.

Sulle riforme, dovrà occuparsi finalmente del lavoro, dei giovani, delle liberalizzazioni. Non tra un anno, e neppure tra qualche mese, ma già domani. Con coraggio, e nonostante le prevedibili resistenze delle tante caste del nostro paese.

(pubblicato su Europa, 20 dicembre 2011)


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