Il merito in quattro mosse

La nomina degli amministratori di una azienda pubblica non è qualcosa che si può decidere in segreto tra pochi: quel tempo è finito. Non lo consente una crisi economica senza precedenti, che ha reso la gente esasperata: chiamata solo al momento del voto, subito dopo esclusa dalle decisioni che la riguardano. La gente oggi vuole sapere, vuole contare, vuole decidere. Anche sulle partecipate, di cui i siamo tutti utenti e, soprattutto, finanziatori. E allora una classe dirigente responsabile deve saper rendere conto delle proprie scelte. I cittadini hanno diritto di sapere quale è stato il criterio di nomina di un Cda, condivisibile o meno che sia: ciò che più conta per essi è sapere perché un candidato è stato giudicato migliore di un altro. Le città chiedono trasparenza e la politica non può sottrarsi.

Il secondo punto, dopo la trasparenza, è che la scelta dei consiglieri nelle aziende pubbliche avvenga sulla base della competenza. Che non vuol dire necessariamente aprire una gara tra chi ha più master (anche se, francamente, non ci sarebbe in questo nulla di scandaloso né di controindicato): nessuno ha detto che il curriculum è l’unico requisito per la competenza, ma sicuramente ne è la premessa indispensabile. Altrimenti, sarebbe come dire che per un atleta la preparazione fisica è un optional: forse non basterà, ma senza di essa nessun atleta riuscirà a vincere. Il problema, forse, è nel latinismo della parola “curriculum”? Se non piace, usiamo pure un’altro termine, ad esempio “preparazione”, e proviamo a chiedere agli elettori se giudicano irrilevante che il presidente di un’azienda pubblica sia preparato o meno.

Qui si innesta il terzo punto, la capacità di gestire il bene pubblico.  Se il legislatore ha lasciato molte nomine in mano alla politica, lo ha fatto perché il politico è colui che deve perseguire l’interesse pubblico. Qui si gioca la differenza tra un tecnico e un politico: il primo prospetta la soluzione migliore tecnicamente, il secondo quella che, tenendo conto dei suggerimenti del tecnico, meglio realizza il bene della comunità. Questo è la politica, nient’altro: allontanarsi da questo spirito significa alimentare i venti già preoccupanti dell’antipolitica. Si tratta di un discorso semplice, ma non banale, perché semplice è il linguaggio che i cittadini si aspettano dalla politica. Non parole fumose e complicate, ma chiare e di buon senso.

Infine, il quarto punto: se in campagna elettorale tutti i politici hanno parlato del merito, i cittadini ora si aspettano che diventi il criterio di scelta principale per la selezione di una nuova classe dirigente, di cui continua ad esserci un grande bisogno. Allora, vogliamo dirlo una volta per tutte se il merito è un valore oppure no? Proviamo ancora una volta a girare la domanda agli elettori, soprattutto a quelli giovani, che si vedono continuamente sottrarre un posto di lavoro da qualcuno non più meritevole, ma semplicemente più raccomandato.

Le considerazioni valgono per tutti i partiti, soprattutto per quelli che non perdono occasione per vantarsi pubblicamente di essere nati all’insegna dell’apertura, della partecipazione, della trasparenza, del merito. È ora di darne dimostrazione.

da Il Tirreno 30 settembre 2011

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