La democrazia all’interno del partito politico

Intervento al Seminario Astrid su “I partiti nel nuovo sistema italiano:forme della democrazia o strumenti del leader?”, Roma, 30 gennaio 2009

Molto di quello che viene scritto sui partiti (e sulla forma di governo) è minato, sin dalle fondamenta, dal fatto che il diritto costituzionale ha da tempo abdicato ad uno dei suoi ruoli fisiologici: ricondurre a sistema e dare organicità alle regole del sistema politico-istituzionale. Nello spazio lasciato aperto dalla scienza del diritto costituzionale – diritto politico per eccellenza – si sono insinuate in questi decenni supposte leggi sulle inevitabili evoluzioni e sugli immancabili destini del partito politico, e quindi dello stato sociale di diritto fondato sui partiti. A questa abdicazione del diritto costituzionale, ha trovato corrispondenza l’assenza di autorevolezza (e quindi coraggio) della politica. E quest’ultima condizione degli attori politici, è proprio il cuore del problema su cui si dovrebbe esercitare il diritto costituzionale. Se infatti il sistema politico-istituzionale funzionasse efficientemente e democraticamente, non staremmo certo qui a parlare di una legge sulla democrazia interna dei partiti: in una sociètà politica avanzata (perché ha saputo superare – senza grossi traumi – le diverse evoluzioni economiche sociali) come la britannica, non serve una legge sui partiti come non serve un testo costituzionale formale… Ma noi siamo nel paese latino per definizione.

Quindi, bisogna dire inizialmente che gran parte delle teorizzazioni rinvenibili sul mercato della dottrina sono viziate da questa debolezza della scienza giuridica e dalla vita interna dei partiti non sempre democratica, che li rende testimoni poco credibili in casa loro.

I partiti sono storicamente lo strumento che ha permesso il superamento dello stato oligarchico; ma, come per una condanna a ripetere, al loro interno, pure attraverso procedure inizialmente democratiche, vengono a crearsi élites; cioè, le persone che occupano i posti direzionali del partito ne decidono gli orientamenti, le scelte, i comportamenti anche, se del caso, non riflettendo la volontà degli iscritti e aderenti né, tanto meno, degli elettori. E questo è anche il meno: il più è che si produce una cristallizzazione delle maggioranze congressuali. La causa di questa va rintracciata nel mancato controllo costituzionale del rispetto di regole interne agli statuti dei partiti, che tutelino la corretta formazione delle maggioranze e quindi la possibilità di un cambiamento delle stesse.

L’ingessatura delle maggioranze ha – a sua volta – come portato la costituzione in oligarchie dei vertici-élites delle maggioranze stesse e la trasformazione dei partiti in strutture che amministrano le carriere dei professionisti della politica. Così i partiti politici, che nel disegno del nostro Costituente, dovevano essere centri motori della partecipazione dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, sono creature morte ai fini della rappresentatività politica della società, giacché in mano ad élites che alimentano sé stesse per endogenesi, invece di venire sostituite da altre che precedentemente erano la loro opposizione interna al partito.

Il processo di formazione e di concretizzazione della volontà popolare viene inevitabilmente impedito dal mancato rispetto del vincolo ideologico neppure nella sua forma ultima ed asettica di programma elettorale. I partiti riproducono così al loro interno la cesura tra una élite e la massa e consegnano nelle mani delle loro élites interne (una almeno per ogni partito) il governo di uno stato a democrazia limitata.

Ed è proprio su questo nodo che viene prospettata l’idea di un intervento dell’ordinamento pubblico generale all’interno dell’organizzazione dei partiti come estrema – ma necessaria – frontiera del costituzionalismo.

Continua…


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