La questione morale e la politica

Pubblicato su Europa, 9 agosto 2010

Proponiamo queste considerazioni che abbiamo scritto qualche anno fa: non sembrano scritte, purtroppo, per questi giorni?

Dopo l’utilizzo abnorme che si è fatto della parola ‘etica’ con riguardo alla crisi finanziaria globale, ora è il momento della questione morale in politica, che è praticamente ciclica. Tanto che i cittadini si sono ormai assuefatti all’idea che gli scandali siano persino fisiologici nell’amministrazione della cosa pubblica. Esiste, infatti, un sistema di potere che ha sconfinato dalle sedi istituzionali originarie, riproducendo a dismisura luoghi decisionali parcellizzati: le nostre amministrazioni comunali e regionali sono affollate di comitati, consorzi ed agenzie. Un tale proliferare non è solo un costo in termini di bilancio e di efficienza del servizio pubblico: è anche la pericolosa occasione del rafforzarsi ed infittirsi di una rete di clientele tra politici, funzionari e imprenditori.
Come per l’economia, anche in politica non basta affidarsi all’etica dei singoli: oltre ad essere una questione personale, cosa può il comportamento individuale di pochi di fronte ad un malcostume diffuso e radicato? Uno Stato moderno e democratico non può lasciare all’arbitrio degli individui il funzionamento corretto delle proprie istituzioni. Dispone di un organo legislativo per disegnare il sistema istituzionale in modo coerente e cancellare i cloni, atti solo al proliferare delle nomine e di posti di lavoro fittizi. Non va nascosto che un tale riordino avrebbe costi elevati in termini di consenso elettorale ed è per questo che le maggioranze politiche succedutesi alla guida del paese hanno fatto a gara nel denunciare la malattia e nell’evitare, al contempo, la responsabilità della cura. Un esempio per tutti è quello delle amministrazioni provinciali, e di una loro abolizione da tempo annunciata e mai neppure tentata.
Da un lato, dunque, sulla questione morale è indispensabile l’intervento dello Stato e degli organi di cui dispone costituzionalmente; dall’altro, la portata della sua azione dipende dal coraggio della sua classe dirigente, particolarmente quella che, uscendo dalle urne elettorali, ha il potere di deliberare. E qui la questione torna ai partiti. Non crediamo al qualunquistico convincimento che “tanto sono tutti uguali”, ma di fronte all’ennesimo caso di favoritismi e scambi, è indispensabile tornare a chiedere che i partiti tornino all’altezza del loro compito costituzionale. Non è una regola, ma un fatto: i favori, le raccomandazioni, spesso portano più voti di un bel programma politico. E non solo al sud. Nulla di illecito: può trattarsi di un interessamento per una pratica di pensione o per un trasferimento di lavoro. Azioni non sempre rilevanti in termini giudiziari, ma che danneggiano la correttezza delle istituzioni e contraddicono i principi costituzionali di uguaglianza di opportunità.

Quale dovrebbe essere il comportamento dei partiti in questi casi in cui non può essere applicata l’oggettività del codice civile e penale? Secondo un’opinione assolutoria, è irrealistico pensare che i partiti possano andare molto al di là della condanna formale, di fatto impossibilitati nel controllare scorrettezze individuali consolidate nel tempo e sul territorio. Del resto – si dice – i partiti per esistere hanno bisogno di voti, e i voti si contano, non si giudicano.

Tuttavia, per quanto questa opinione contenga una parte di verità, non è accettabile che i partiti si riducano a mere macchine elettorali: sono costituzionalmente il principale strumento della partecipazione politica, e se è vero che in democrazia contano i numeri, i partiti devono saperli guadagnare soprattutto con le idee. Troppe volte essi si sono arresi all’esistente, gareggiando non in qualità ma nell’assecondare l’opinione pubblica del momento, subendo e non guidando gli eventi. Si capisce perché, allora, stenti ad uscire una vera classe dirigente da partiti troppo indulgenti con se stessi. Senza scordare, con ciò, i tanti esempi positivi di amministrazione efficace e di amministratori onesti e capaci.
Si è discusso a lungo se, in proposito, possa servire ripartire dall’articolo 49 della Costituzione, con l’approvazione di una disciplina dell’organizzazione di partito, in grado di uniformarne statuto e regole. Giacciono in Parlamento diverse proposte di legge al riguardo, dalla cui sintesi ed integrazione potrebbe uscire quanto meno la base di una buona riforma. Lo stesso vale in materia di finanziamenti pubblici ai partiti. Non può non essere una priorità dell’agenda del paese: di sicuro è una premessa, perché senza buoni partiti non possono esserci buone politiche per i cittadini.
Il progetto di Fondazione Etica è quello di ripartire dal lavoro in parte fatto, riprendendo le proposte normative esistenti ed elaborando una proposta unica sulla democrazia interna della vita dei partiti e sulla trasparenza dei loro bilanci. La proposta è che, in caso di approvazione parlamentare, i partiti restino liberi di scegliere se sottostare o meno ai vincoli di democrazia e trasparenza che la nuova legge stabilirà. Dovrà, però, essere chiaro che chi non li accetta, non avrà diritto ad accedere al sistema del finanziamento pubblico ai partiti. Un primo mattone per riportare un po’ di etica anche nella vita politica.

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