Il grande dimenticato

All’indomani del ballottaggio del 29 e 30 maggio, è partita la corsa per intestarsi la vittoria, tra Pd, Sel, Idv, Terzo Polo e persino la resuscitata Federazione della Sinistra. Un po’ troppi, soprattutto per riuscire, poi, a governare insieme. Del resto, vedere insieme sul palco De Magistris e Ferrero ha fatto una certa impressione a molti, così come la farà vedere il Pd seduto tra i banchi dell’opposizione – almeno formalmente – nel Consiglio comunale napoletano. Insomma, se tanti hanno vinto, è tutto da vedere se in tanti saranno in grado di governare, ad esempio Sel e Pd insieme a Milano. Non si tratta di sminuire il risultato del centrosinistra, che è evidente. Ma se è vero che Pdl e Lega hanno perso, non si può dire neppure che il Pd ha vinto, non da solo, avendo in più occasioni dimostrato di non saper scegliere i candidati; come non ha vinto Sel, che senza il Pd avrebbe potuto fare ben poco a Milano.

Qualche analisi più azzardata sostiene che ad aver vinto è l’antipolitica, che da Milano a Napoli a Cagliari avrebbe premiato i candidati outsider, non riconosciuti dal loro stesso partito di riferimento, almeno non sino in fondo. Eppure, se non è “per” i partiti che hanno vinto Zedda o De Magistris, non è neppure “contro”. L’antipolitica stavolta ha preso altre strade, come il voto al Movimento Cinque Stelle o l’astensione. E del resto, il partito che la protesta ha rappresentato per anni, la Lega, è stata sconfitto in una città simbolo come Novara. Il segnale che esce dalle urne è, quindi, decisamente politico: chi governa male va a casa, anche se ha la potenza della Moratti e fa parte del partito del premier, e anche se, sul fronte opposto, si trincera dietro la bandiera del centrosinistra.

Giustamente, allora, qualcuno ha riconosciuto che sono stati gli elettori i veri protagonisti delle elezioni 2011. Hanno dimostrato di saper scegliere soluzioni diverse a seconda del contesto locale: il giustizialismo e i toni barricadieri a Napoli, il riformismo e i modi gentili a Milano; l’alleanza tra Udc, Pd e Idv a Macerata, con cui, invece, hanno costretto al ballottaggio a Grosseto e che hanno allargato persino a Sel nel Comune di Savona.

Il punto sta proprio qui. Non è che gli elettori hanno imparato a distinguere e scegliere adesso: semplicemente hanno potuto farlo grazie al sistema elettorale. E cinque anni fa? Lo scenario politico era completamente diverso: non esistevano né Pdl, né Fli, né Pd, né Sel, e in compenso andava in scena l’Unione del governo Prodi. Insomma, era tutto un altro mondo. Gli elettori dettero fiducia allora a chi adesso non hanno esitato a sfiduciare. Avrebbero potuto farlo con un altro sistema elettorale? La risposta è scontata, ma l’analisi merita un dettaglio maggiore.

L’elezione diretta del sindaco non è esportabile sul livello nazionale, se non con molte controindicazioni. L’elezione diretta fa bene alla democrazia laddove la dimensione territoriale è tale da consentire un rapporto stretto tra elettore ed eletto, con il primo che può conoscere direttamente il secondo e anche, in certo senso, controllarlo. Va da sé che il sindaco d’Italia sarebbe difficile da conoscere e ancora più, quindi, da valutare.

Se l’elezione diretta funziona come una sorta di “unicum” per i Comuni, allora dall’esperienza di domenica scorsa cosa può essere utilizzato per la riforma elettorale nazionale? Sicuramente la possibilità di scegliere non solo il sindaco, ma anche la lista, senza che siano necessariamente apparentati. Per anni si è sbandierato il diritto dell’elettore di conoscere prima del voto, e non dopo, sia la coalizione partitica che il candidato premier, ma più che un diritto si è trasformato in una costrizione: se il cittadino vuole votare Lega, ma non il candidato premier Berlusconi, quale è la sua libertà di scelta?

Altro punto di forza della legge elettorale comunale esportabile sul nazionale, almeno come principio, è la possibilità di indicare una preferenza, scegliendo, oltre al sindaco e al partito, anche il consigliere. Tutta un’altra cosa rispetto alla lista bloccata per il Parlamento. Si dovrebbe, dunque, tornare alle preferenze anche a livello nazionale? Indubbiamente è una questione delicata, considerate le esperienze precedenti, nonché le conseguenze in termini di costi per le campagne elettorali. La preferenza, tuttavia, è solo uno strumento: all’elettore preme non la preferenza in sé, ma semplicemente ciò che la preferenza consente, ovvero scegliere da chi farsi rappresentare. In Comune come in Parlamento. Uno strumento alternativo alla preferenza, allora, potrebbe essere il collegio uninominale, specialmente se di dimensioni contenute: i partiti per vincere sarebbero costretti a mettere in campo candidati autorevoli e soprattutto credibili di fronte alla comunità locale.

L’obiezione potrebbe essere che i collegi li abbiamo già avuti in Italia, con il Mattarellum, e la conseguenza è stata la frammentazione del sistema partitico favorita dal sistema delle desistenze che il monoturno implica. Ma anche qui i risultati delle amministrative suggeriscono il rimedio: ricorrere al doppio turno. Per il ballottaggio De Magistris non si è apparentato con il Pd, ma ha ricevuto i voti dei suoi elettori; così come Pisapia non ha stretto alleanze discutibili con il cosiddetto Terzo polo, ma i moderati lo hanno aiutato a vincere.

Insomma, era già evidente quindici giorni fa che il vero vincitore delle elezioni amministrative 2011 è stato il sistema elettorale. Adesso aspettiamo di vedere se i tanti vincitori, veri e presunti, lo hanno capito, e soprattutto se sapranno comportarsi di conseguenza: sarebbe troppo aspettarsi una riforma elettorale prima dell’estate? Da qualche politico l’abbiamo sentita evocare sulla scia euforica dei risultati elettorali, ma occorre saper mediare per trovare un accordo senza giocare al ribasso, e non è affatto scontato.

Non è più tempo di dividersi tra “proporzionalisti” e “maggioritaristi”: sono gli accorgimenti tecnici come quelli appena citati che potranno davvero fare la differenza e rendere sia l’uno che l’altro sistema elettorale adatti al nostro Paese. Del resto, ogni ipotesi di alleanza per le politiche non potrà che essere funzionale alle regole con cui si andrà votare tra due anni. O forse prima.

© 2013 Fondazione Etica.
Top