La lotta all’inflazione

Con la recente stretta monetaria, la Banca Centrale Europea ha reso un pochino più difficile (e costosa) la vita di famiglie e aziende: le banche di Eurolandia (la cui liquidità dipende dalla BCE) hanno ribaltato a cascata questo aumento sui propri debitori: i mutui a tasso variabile hanno aumentato il peso della rata mensile e per accedere a nuovi prestiti, gli interessi da pagare sono ora più alti. E la cosa non è finita perché probabilmente a luglio potrebbe esserci un ulteriore rialzo.

L’istituzione di Francoforte, con la manovra che ha portato il costo del denaro al 1,25%, ha inteso sottolineare il fatto che la sua attenzione alla lotta all’inflazione non si è mai allentata.

In realtà il rialzo, di un quarto di punto, non è stato particolarmente violento e sembra che il sistema economico europeo possa assorbirlo senza grossi problemi, ovviamente se si eccettuano famiglie e aziende che sono al limite della sopravvivenza economica. La manovra è più da intendersi come un forte messaggio politico e sociale per affermare che la crisi da cui stiamo faticosamente uscendo non ha portato una sorta di “amnistia” nei confronti dei mali dell’inflazione e che la priorità numero uno della BCE è sempre la lotta al caro-vita.

Tradizionalmente l’inflazione è il fenomeno che porta i consumatori, quando hanno molto denaro in tasca o quando possono ottenerlo in prestito a costi irrisori, a farsi concorrenza tra di loro nel desiderio di ottenere più beni e più servizi, sbilanciando quindi il delicato bilico tra domanda e offerta a vantaggio della prima.

Tuttavia non sono solo le “cicale” spendaccione a nutrire l’inflazione, ma anche le brave “formiche” risparmiatrici. Se una “formica” si trova con un eccesso di moneta, decide di risparmiare investendo. I beni e servizi di investimento, esattamente come quelli di destinati al consumo, vedono lievitare i propri prezzi. Le cosiddette commodities (materie prime quali ad esempio petrolio, cereali, metalli vari ecc.) sono le interessate da questi rialzi, sia sotto forma di incremento dei prezzi dei beni fisici, sia nella loro forma immateriale (opzioni, futures, certificati). Ma anche le obbligazioni crescono di valore (cosa che ne deprime i rendimenti reali), come pure le quotazioni dei titoli di Borsa. In particolare la crescita di valore delle azioni, però, non dipende dal sano miglioramento delle aziende, degli utili, dei margini e delle prospettive di crescita, ma solo dal fatto che i risparmiatori –direttamente o attraverso i fondi di investimenti- comprano più azioni.

La Banca Centrale Europea è molto preoccupata da entrambi i tipi di inflazione, e ritiene che il problema sia l’effetto collaterale della cura contro la crisi somministrata a base di offerta di moneta. Per salvare l’economia globale dalla pesante crisi che stava esplodendo, Fed e BCE hanno mantenuto i tassi a livelli bassissimi: un solo punto percentuale sia in Europa che negli USA. Banche centrali e ministeri del tesoro hanno prestato o addirittura regalato denaro alle istituzioni finanziarie, affinché non fallissero e a loro volta iniettassero nelle economie ulteriori risorse: aiuti di Stato, Tremonti bond, finanziamenti a tasso agevolato, TARP (Troubled Asset Relief Program, un programma di aiuti per le banche USA da 700 miliardi), ecc.

I soli Stati Uniti hanno speso finora in aiuti 2,5 trilioni di dollari: un numero enorme composto da un due, un cinque seguiti da ben undici zeri. L’Europa aveva molti meno problemi e ha speso meno, ma comunque non si è tirata indietro.

Tutto questo denaro in circolazione ha indubbiamente salvato il mondo sviluppato dal baratro, ma si sapeva che prima o poi, se si fosse ecceduto, si sarebbe potuta generare una notevole inflazione.

Secondo alcuni economisti, tra cui i “saggi” della Banca Centrale Europea, il pericolo si è concretizzato. Carburante, cibo, oro, costo della vita in genere, tutto sembra essere aumentato. Per prevenire l’inflazione la BCE ha dato la prima stretta ai cordoni della borsa aumentando i tassi di un quarto di punto e minacciando ulteriori aumenti.

La Federal Reserve, banca centrale USA, invece ha lasciato invariati e molto bassi i tassi.

Perché questo differente comportamento?

La prima motivazione è di natura meramente politica. La BCE è nata dall’unione di Stati con visioni diverse sull’inflazione: Francia, Belgio e Italia avevano accettato inflazioni a due cifre negli anni ’70 e ’80 pur di evitare strette monetarie che potevano causare recessione e disoccupazione; Germania e Paesi Nordici, invece, ritenevano il caro-vita un male ben peggiore della disoccupazione o della crisi. Nel primo articolo dello statuto costitutivo della BCE è scritto che lo scopo dell’istituzione con sede a Francoforte è il mantenimento della stabilità dei prezzi, quindi la lotta senza quartiere all’inflazione. La Fed, invece, agendo in un Paese in cui gli ammortizzatori sociali sono molto scarsi, è un po’ più indulgente sull’inflazione, pur di contenere la disoccupazione. La situazione del disoccupato oltreoceano è mediamente più drammatica di quella del suo “collega” europeo.

In secondo luogo Fed e BCE calcolano diversamente l’inflazione. La misura del costo della vita è affidata al computo della variazione del prezzo di un paniere di beni nel tempo. La Federal Reserve considera il paniere core, cioè quello dal quale esclude i derivati petroliferi e i prezzi degli alimentari.

Con il prezzo del petrolio stabilmente ben oltre i 100 dollari al barile e l’impennata dei cereali è evidente che il paniere dell’inflazione che piace alla BCE dà un valore del caro-vita più preoccupante del paniere core utilizzato oltre oceano.

Il senso dell’analisi dell’inflazione core dipende dal fatto che la banca centrale USA vuole analizzare trend di lungo periodo, mentre petrolio e alimentari sono decisamente troppo volatili e, soprattutto, fuori dal controllo della politica monetaria. Nessuna banca centrale con la sola politica dei tassi può far abbassare il prezzo del riso dopo un raccolto andato male per cause metereologiche o far scendere i corsi del petrolio sostenuti da tensioni geopolitiche o dal conflitto promosso dal dittatore arabo di turno! Quindi, secondo la Fed, è inutile intervenire quando non si può fare nulla.

La Federal Reserve considera invece fondamentali l’inflazione salariale e quella degli asset. La prima è determinata dalle richieste di aumento di stipendi da parte dei lavoratori: ovviamente se l’economia è al massimo e c’è la piena occupazione le aziende, per accaparrarsi nuovi lavoratori, dovranno strapparli alle aziende concorrenti, pagandoli di più. Anche se non c’è piena occupazione, è più facile per i sindacati (ma anche per i singoli impiegati) ottenere aumenti o contratti più generosi quando l’economia va bene. In caso di crisi, invece, i disoccupati si fanno concorrenza tra di loro e accettano stipendi più bassi pur di essere assunti. Negli USA l’inflazione salariale è azzerata o addirittura negativa: ad esempio nella recente campagna di assunzioni di 65.000 tra camerieri e personale di cucina part-time di McDonald’s sono arrivate più di un milione di richieste. L’inflazione degli asset, cioè dei beni da investimento, è invece quella causata dai risparmiatori che cercano di mettere da parte la loro liquidità. Nei modelli economici della Fed si semplifica la realtà considerando solo due classi di asset: gli immobili e la borsa. La crisi del mattone negli USA non accenna a placarsi: si prevede un ribasso dei prezzi di almeno il 5% nei prossimi due anni. Questo ha dirette conseguenze sui consumi: negli USA, quando una famiglia è in crisi o ha bisogno di liquidità, solitamente ipoteca la casa. Ma se i valori delle case scendono, la faccenda si complica e le possibilità di consumo dei privati calano. Per controbilanciare questo fenomeno – ed evitare il riaccendersi della crisi – occorre che la borsa salga. Con i dividendi pagati dalle aziende (o i capital gain se i titoli azionari salgono) le autorità monetarie americane si garantiscono che il livello dei consumi non precipiti: se le famiglie hanno bisogno di soldi, invece che vendere la casa vendono le azioni o usano i dividendi che le azioni pagano. E i tassi bassi aiutano la crescita delle aziende e quindi del loro valore azionario.

In Europa, invece, la situazione è ancora più complessa. La situazione per i disoccupati è meno drammatica: a chi non ha un lavoro, bene o male è garantito un livello di servizi sociali e sanitari. Ma in compenso la flessibilità salariale è minima, soprattutto al ribasso, e la mobilità dei lavoratori tra gli Stati è ridotta: le barriere linguistiche consentono solo alla parte più istruita della forza lavoro di spostarsi. Inoltre ogni Stato gestisce diversamente il proprio debito pubblico: alcuni Paesi in passato l’hanno fatto in modo piuttosto discutibile (Grecia, Portogallo, Irlanda) e la collettività deve farsi carico del loro salvataggio. E in alcuni casi (Grecia) sembra che non sia neppure abbastanza!

Infine la BCE non ha la stessa autonomia della Fed, o meglio, all’autonomia sovrana della Banca Centrale non corrisponde un potere politico unitario che si muova secondo un disegno unico e che sia in grado di effettuare pianificazione economica a lungo termine.

La BCE deve quindi agire da sola con l’unica arma che ha: il livello dei tassi di interesse.

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