Il vero vincitore delle elezioni amministrative



I risultati elettorali del 15 e 16 maggio segnano una discontinuità nel racconto della politica italiana degli ultimi anni. Una discontinuità auspicata, ma per nulla scontata né tanto meno prevedibile in questo momento della legislatura.


La principale discontinuità è rispetto al dogma di invincibilità di un premier che ha dimostrato doti sorprendenti di ripresa nell’agone elettorale, anche nei momenti più controversi delle sue vicende personali. La discontinuità è dimostrata non tanto dalle percentuali raccolte dalla Moratti, quanto dal dimezzamento dei numeri assoluti relativi alle preferenze per Berlusconi. Non c’è da essere a favore o contro: è un dato, e come tale neutro. Da qui a trarne certezze sulla fine politica del personaggio, tuttavia, ce ne corre. Se, infatti, è chiaro che il risultato milanese avrà ricadute anche a Roma, per spiegarlo bisogna tener conto di molteplici fattori, che vanno ben oltre la persona del premier e investono la credibilità personale e il tipo di campagna elettorale dei candidati Moratti e Pisapia.


Un altro segnale di discontinuità riguarda l’avanzata inarrestabile della Lega, che ha perso voti in quasi tutto il Nord. Il problema qui non è tanto l’alleanza tra Berlusconi e Bossi, ma la doppia identità della Lega: inevitabilmente e prevedibilmente, stanno venendo fuori le contraddizioni di un partito che vuole essere al contempo di lotta e di governo. Da un lato, critica la “vecchia” politica; dall’altro, ne assume sempre più la fisionomia, con le forzature nelle candidature, il silenzioso avallo di norme quali lo scudo fiscale, la disinvolta retromarcia sull’abolizione delle province. Bossi sa che per portare a casa lo scalpo del federalismo deve accettare compromessi, anche con la “vecchia” politica, ma adesso i suoi elettori gli hanno appena segnato il confine: oltre quello i vertici della Lega non potranno andare, se non vogliono perdere altri consensi. Balzi in avanti e arretramenti vistosi: è il naturale evolversi ciclico delle identità movimentiste. E neanche il leggendario fiuto di Bossi può evitarlo: se la protesta che non ottiene nulla, finisce per morire (la storia politica di Ferrero e Diliberto insegna), la protesta che ottiene, ma a un prezzo troppo alto, viene punita.


Come discontinuità, infine, è stato salutato anche il risultato del Pd, che ha vinto in tredici comuni capoluogo su diciassetti assegnati al primo turno. La reazione di euforia è comprensibile, dopo tre anni di erosione massiccia e progressiva dei suoi consensi, ma decisamente fuori misura. E non tanto perché a Milano e a Napoli il Pd va al ballottaggio con candidati non suoi, quanto perché l’andamento dei suoi consensi elettorali non è uniforme né geograficamente né cronologicamente. Per il Pd – come per la Lega – l’insegnamento generale da trarre da queste elezioni è che può vincere o guadagnare consensi solo mettendo in campo candidati capaci e credibili. Nel Paese si respira voglia di novità, ma non è questo che spiega il 56% di Fassino a Torino o il 48% di Pisapia a Milano. La gente, che pure è stanca dei soliti nomi sulle schede elettorali, sa che il “nuovo”, di per sé, non è garanzia di nulla, e ha imparato a distinguere. A Torino, il Pd ha vinto con un sessantenne da sempre in politica, tutt’altro che un volto nuovo. Hanno contato la serietà della persona e l’eredità di buon governo lasciata dal suo predecessore. Così come, a Milano, Moratti è stata fermata da un altro sessantenne, anche lui tutt’altro che inesperto di politica, ma con la fama di “persona per bene”. Che tutto questo venga, adesso, esportato come esempio nell’intera politica nazionale non è affatto automatico, e non solo per il Pd.


Allora chi è il vero vincitore di queste elezioni? Il tipo di sistema elettorale.


Esso ha garantito una libertà di voto vera e i cittadini hanno saputo usarla, scegliendo direttamente il candidato sindaco, il partito e il consigliere comunale. Per quanto complesso, il voto disgiunto ha consentito all’elettore di rimediare ad eventuali alleanze sgradite imposte dall’alto, mentre la preferenza per i consiglieri ha riportato talora un po’ di giustizia nelle gerarchie interne di partito. Quanto alla scelta diretta del candidato sindaco, il 15 e 16 maggio hanno dimostrato l’importanza di candidare persone non tanto “nuove”, quanto credibili. Con un altro sistema elettorale questo non sarebbe stato possibile.


Su questo, sì, le ricadute dovrebbero essere nazionali. L’inizio di una inversione di tendenza da parte di un arco parlamentare che rivendica a parole la sovranità del voto popolare e poi non fa nulla per togliergli l’umiliazione di doversi esprimere ancora attraverso il Porcellum.

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