Basilea 3



Nelle ultime settimane, la città svizzera di Basilea è apparsa più spesso sulle pagine finanziarie dei giornali che sulle riviste patinate di arte e lusso: l’attenzione era tutta per l’accordo raggiunto in seno al Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria che nella città elvetica ha sede, piuttosto che per la manifestazione di arte contemporanea “Art Basel” o per “BaselWorld”, la più importante fiera di orologi e preziosi a livello mondiale.
La cosa curiosa era che, prima ancora che fosse noto il testo dell’accordo, le associazioni di categoria bancarie nostrane e internazionali si erano già schierate contro le decisioni non ancora prese e avevano già iniziato a criticare pesantemente il testo dell’accordo e a dipingere a tinte fosche il futuro economico europeo che da quell’accordo, a loro dire, sarebbe stato minato gravemente.
Le disposizioni del Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria dello scorso settembre sono chiamate in gergo “Basilea 3” in quanto si tratta del terzo accordo raggiunto nella città svizzera (dopo i precedenti “Basilea 1” del 1988 e “Basilea 2” del 1999) e, come i precedenti, porta alcuni sostanziali cambiamenti nell’organizzazione del sistema bancario del vecchio continente. Tale intervento era sentito come necessario all’indomani della crisi che ha investito la finanza mondiale, partendo proprio dall’industria bancaria.


A differenza del Basilea 1, sostanzialmente fallimentare, Basilea 2 portava aria nuova nel settore bancario, istituendo i famosi tre “pilastri” (così definiti nel testo dell’accordo) che avevano aumentato la stabilità del sistema bancario. La maggiore innovazione riguardava l’introduzione di requisiti patrimoniali minimi, ovvero l’obbligo per le banche di dotarsi di un capitale minimo, detto Coefficiente di Solvibilità, che garantisse di poter fronteggiare eventuali insoluti da parte dei propri debitori.
Grazie a Basilea 2, inoltre, le banche centrali, che dovrebbero conoscere il loro paese meglio di quanto possa conoscerlo un’autorità sovranazionale, erano investite del potere di aumentare i requisiti patrimoniali, qualora se ne fosse ravvisata la necessità.


Il terzo “pilastro” comportava per gli Istituti il dovere di una maggiore trasparenza nei confronti del pubblico e del mercato, nonché l’introduzione della possibilità per le banche di dotarsi di sistema di rating interni, ovvero di strumenti di misurazione del rischio creditizio propri delle banche erogatrici stesse.


Fulcro tecnico dell’accordo era comunque la determinazione del Coefficiente di Solvibilità, ovvero una percentuale degli impieghi (indicata in estrema sintesi in almeno l’8% del totale degli importi prestati) che garantisse la solidità delle banche. Una banca, tuttavia, avrà sempre creditori di diversa affidabilità e quindi rischi differenti dai suoi creditori: non tutti gli impieghi bancari presentano lo stesso rischio di insoluto.


Basilea 2, attualmente in vigore, impone di considerare l’ammontare degli impieghi, ponderandolo per il rischio: concretamente, quindi, l’ammontare totale del famoso 8% può variare da banca a banca anche se le cifre prestate sono uguali.


Basilea riconosce la peculiarità dell’industria finanziaria, che sostanzialmente tratta il capitale proprio come fosse capitale circolante (e quindi utilizzandolo per concedere prestiti) e che per il proprio lavoro necessita di ulteriori strumenti finanziari atti a incrementare il capitale. Questo significa che quell’8% non sarà composto solo da capitale sociale, ma anche da altri strumenti, più rischiosi, e quindi –prudenzialmente – solo in parte accettati nel coefficiente di solvibilità. Basilea 2 distingue a tal fine il patrimonio delle banche in tre classi principali: il cosiddetto Tier 1, composto da capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte e da strumenti finanziari simili; il Tier 2, che include obbligazioni di media e lunga durata, ed il Tier 3, che raggruppa obbligazioni a breve termine ed altri strumenti.


Il Tier 1 viene scomposto a sua volta in Core Tier 1, calcolato includendo esclusivamente azioni ordinarie e di risparmio, utili non distribuiti e riserve e in Hybrid Tier 1, che comprende solo le cosiddette preferred securities, cioè obbligazioni perpetue richiamabili non prima di 10 anni, il cui pagamento può essere sospeso in presenza di andamenti negativi della gestione e privilegiate solo rispetto alle azioni ordinarie e di risparmio.


Secondo i dettami di Basilea 2 il Coefficiente di Solvibilità deve essere composto per almeno il 4% da Tier 1, ma almeno la metà di questo deve essere Core Tier 1; il restante 4% può essere soddisfatto con Tier 2.
Basilea 3 impone requisiti patrimoniali più onerosi per le banche, ma soprattutto, dopo un’epoca in cui sono stati usati gli strumenti finanziari più fantasiosi per aumentare il capitale circolante, richiede un forte “ritorno” al buon vecchio Core Tier 1.


Il requisito del coefficiente di Basilea 3, infatti, resta sempre l’8% degli impieghi ponderati per il rischio, ma aumenta molto la quota di capitale di maggiore qualità richiesta. Il Tier 1 deve essere il 6% (invece del 4%) e in particolare il Core Tier 1 rappresenterà il 4,5% (anziché l’attuale 2%). Il restante 2% potrà essere coperto con Core Tier 2.


Viene anche introdotto un Capital Conservation Buffer, cioè una sorta di “cuscinetto di protezione del patrimonio” che le banche dovranno accumulare in modo da potervi attingere in periodi di prolungata crisi economica così da ammortizzare le perdite e ristabilire il Coefficiente di Solvibilità in caso di calo al di sotto della soglia dell’8%. Il Capital Conservation Buffer dovrà essere pari al 2,5% dei fondi prestati e investiti ponderati per il rischio e dovrà essere composto esclusivamente da capitale Core Tier 1.
Sommando i due requisiti, il Core Tier 1 totale richiesto alle banche passerà dall’attuale 2% al 7%.
Il Comitato di Basilea per la Vigilanza Bancaria ha riconosciuto che la recente crisi finanziaria, in ultima analisi, è stata generata dall’esplosione della bolla creata dall’eccessiva concessione di credito, soprattutto negli USA. Si è quindi studiato un modo per cercare di “raffreddare” eventuali surriscaldamenti del motore finanziario dell’economia e frenare la corsa verso nuove bolle del credito. A tale scopo Basilea 3 prevede la creazione del Countercyclical Capital Buffer (Cuscinetto Anticiclico) compreso fra zero ed il 2,5% del Tier 1 a discrezione delle autorità monetarie di ogni Paese.


Si tratta indubbiamente di un inasprimento rilevante dei requisiti imposti al sistema bancario; va però sottolineato il fatto che l’introduzione di questi requisiti avverrà in modo estremamente graduale.
Per quanto riguarda il Core Tier 1 richiesto per il coefficiente di solvibilità non vi saranno modifiche fino a tutto il 2012, mentre arriverà gradualmente al 4% solo a inizio 2015.


Il Capital Conservation Buffer nascerà solo nel 2016 e inizialmente richiederà solo lo 0,625% degli impieghi, mentre raggiungerà il 2,5% prescritto solo il primo gennaio 2019. Per quanto riguarda il Countercyclical Capital Buffer , questo verrebbe creato solo in caso di necessità, ma non prima del 2016, anche in questo caso in modo molto graduale.


La tabella riepiloga schematicamente le tappe per quanto riguarda i requisiti di Core Tier 1.

Coefficiente di Solvibilità

Capital Conservation Buffer

Cuscinetto Anticiclico

requisiti min

requisiti max

Ora

2%

2%

2%

1/1/2013

3,5%

4%

4%

1/1/2014

4%

4%

4%

1/1/2015

4,5%

5%

5%

1/1/2016

4,5%

0,625%

0,625%

5%

6%

1/1/2017

4,5%

1,25%

1,25%

6%

7%

1/1/2018

4,5%

1,875%

1,875%

6%

8%

1/1/2019

4,5%

2,50%

2,50%

7%

10%

È evidente che il processo sarà dunque graduale e darà modo alle banche di adeguarsi per tempo e senza eccessivi shock. Nonostante le perplessità espresse a più riprese dalle banche italiane, sembra quindi difficile credere che l’entrata in vigore di Basilea 3 comporti la drastica riduzione del credito e faccia spirare venti di recessione sul Paese.
Inoltre, la maggior parte degli istituti bancari della Penisola sarebbe teoricamente già ora in linea con i requisiti patrimoniali richiesti. Le stime più realistiche indicano che le grandi banche nazionali quotate (ad esempio Intesa, Unicredit, Mediobanca per la sola parte bancaria, MPS ecc.) presentano oggi un Core Tier 1 medio (ponderato per la capitalizzazione) dell’8,6% ; le banche cooperative e popolari dell’8,2% mentre le piccole banche (ad es. Desio, Credem, Credito Artigiano, ecc.) arrivano mediamente addirittura all’8,9%. Saremmo quindi già da ora in una situazione che soddisferebbe a pieno anche il worst case scenario del 2018 (quello che includerebbe anche il massimo requisito possibile per il Cuscinetto Anticiclico) e già a un buon livello per il requisito definitivo 2019. Le uniche situazioni un po’ più difficili riguardano Banca Monte Paschi, Banco Popolare (entrambi con un Core Tier 1 al 7%) e, tra le piccole banche, Cassa di Risparmio di Genova (7,1%). Siamo comunque molto lontani dalla scadenza temporale e le possibilità di raggiungere gli obiettivi sono decisamente alte: nel worst case scenario 2018, per MPS si tratterebbe di raccogliere capitali per un controvalore di 1,4 miliardi di euro e per BP di 300 milioni, traguardo assolutamente alla portata dei due istituti, soprattutto alla luce del lungo intervallo temporale).
Ma allora perché tale ostilità da parte bancaria a Basilea 3?
Indubbiamente, al di là dei requisiti patrimoniali sussisterebbero altri problemi per le banche, non solo finanziari, ma anche di immagine.
In primo luogo verrebbero maggiormente alla luce gli “scheletri nell’armadio” di molte banche italiane. Ad esempio verrebbe posto sotto i riflettori il problema delle reali dimensioni delle sofferenze bancarie. Attualmente le sofferenze lorde ammontano a più di 70 miliardi di euro e le sofferenze nette arrivano quasi a 50. Questi dati probabilmente sottovalutano il fenomeno, perché le banche sono restie a catalogare i crediti come “crediti in sofferenza” (anche se lo sono), in modo da non dover procedere a svalutazioni. Il trend, tuttavia, mostra una preoccupante crescita della percentuale di sofferenze su impieghi che a settembre ha raggiunto il livello del 2,17%. Con Basilea 3 probabilmente tale problema emergerebbe con maggiore evidenza e renderebbe oltremodo urgenti interventi più strutturali e strategici.
Un altro problema che verrebbe messo in luce riguarda il vero valore di alcune acquisizioni fatte negli anni. A mero titolo di esempio citiamo il caso di Unicredit che, come alternativa ad eventuali aumenti di capitale, potrebbe vendere asset nell’Est Europa, ma dovrebbe farlo a prezzi drasticamente inferiori a quelli pagati al tempo della loro acquisizione: alcune fonti parlano di possibili svalutazioni per quasi sei miliardi di euro.
L’ultimo grosso problema, molto italiano, connesso con eventuali ricapitalizzazioni bancarie riguarda le fondazioni bancarie. Queste istituzioni, che il Financial Times si è più volte divertito a definire “istituzioni regionali arcaiche”, non vogliono essere diluite nell’azionariato, ma al tempo stesso hanno difficoltà nel reperire i fondi necessari per partecipare agli aumenti di capitale.
Infine è altamente possibile che ci sia davvero la riduzione del credito paventata dalle associazioni di categoria bancarie. Ma questo, probabilmente, perché, come già si era visto all’indomani dell’entrata in vigore di Basilea 2, le banche preferiranno concedere prestiti ai grandi operatori corporate, piuttosto che alle famiglie o alle imprese di piccole e medie dimensioni, soprattutto se non quotate.
Oppure sarà un’ottima scusa per aumentare gli spread di credito verso privati e PMI.

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