L’Italia e il rebus della legge elettorale: i modelli possibili

L’interessante articolo di Paola Caporossi pubblicato su questa stessa rubrica affermava in conclusione l’improrogabile esigenza di cambiare la legge elettorale attualmente in vigore per Camera e Senato, il cosiddetto “Porcellum”. Quell’articolo merita un ulteriore approfondimento, anticipato già in parte dalla stessa autrice: data per scontata la necessità di riformare il nostro sistema elettorale, si pongono due questioni:

1) Esistono in Parlamento le condizioni per un accordo su una riforma del sistema?

2) Se si, quali sono i modelli che è possibile adottare?

1) Dopo la verifica effettuata da Berlusconi alla Camera il 30 Settembre scorso, è ormai chiaro che l’attuale maggioranza non è autosufficiente almeno in questo ramo del Parlamento senza l’appoggio dei finiani. Questi ultimi hanno più volte espresso la volontà politica di modificare la legge elettorale, esigenza condivisa da tutta l’opposizione (Udc, Pd e Idv): da un punto di vista strettamente numerico le condizioni per un accordo di queste forze sulla legge elettorale ci sarebbero. Tutto dipende dalla volontà politica di Fini, Casini, Bersani e Di Pietro di trovare un compromesso guardando all’interesse generale del paese e non a lucrare su qualche spicciola convenienza di breve periodo. Sull’onda dell’approvazione alla Camera, poi, anche l’ostacolo del Senato (nel quale Pdl e Lega conservano la maggioranza assoluta) potrebbe essere superato e il paese potrebbe prepararsi alle nuove elezioni con la garanzia di una legge elettorale (la quarta negli ultimi 18 anni) in grado finalmente di conferire stabilità al sistema partitico e rappresentanza ai cittadini.

2) Ammessa e non concessa la praticabilità dell’ipotesi formulata al punto 1) si tratta adesso di capire quali potrebbero essere concretamente i modelli di riforma cui ispirarsi. La classe politica italiana non è stata in grado, negli ultimi due decenni, di partorire un sistema elettorale solido e duraturo, in grado di qualificarsi all’interno della letteratura politologica come il “sistema italiano” (visto che sia il Mattarellum che il Porcellum si sono rivelati gravidi di difetti), degno erede del proporzionale puro vigente nella Prima Repubblica che, pur con tutte le sue pecche (mancanza di soglie di sbarramento e preferenze plurime su tutti) aveva strutturato il sistema partitico del dopoguerra, mantenendolo quasi inalterato per più di 40 anni. Appurato tutto ciò, per ispirare la nostra riforma la soluzione migliore sembrerebbe quella di guardare ai consolidati modelli utilizzati nelle più importanti democrazie occidentali. Da alcuni anni in Italia, i sistemi elettorali maggiormente sponsorizzati dalle forze politiche che vogliono abrogare il Porcellum sembrano essere due: il sistema francese e quello tedesco. Vediamo come funzionano.

Quello transalpino, invocato dai finiani e dalla corrente veltroniana del Pd, è il sistema maggioritario a doppio turno, detto majority. Il territorio del paese è suddiviso in tanti collegi quanti sono i seggi da assegnare. Si svolge un primo turno di votazioni, nel quale vengono eletti i candidati che raggiungono la maggioranza assoluta dei voti validi (il 50% +1). Nei collegi in cui tutti i candidati restano sotto tale soglia si procede, di solito dopo due settimane, ad un secondo turno di votazioni, nel quale sono ammessi solo i candidati che al primo turno hanno ottenuto un numero di voti pari al 12,5% degli aventi diritto (una soglia molto consistente, soprattutto in caso di elevato astensionismo). Il candidato più votato ottiene il seggio. Questo sistema ha garantito, nella Francia della Quinta Repubblica, la persistenza di una dinamica bipolare e la presenza di un formato partitico di pluralismo limitato (come nella definizione di Sartori, con non più di 5 partiti rilevanti). Tra i pregi vi è sicuramente il fatto che le alleanze vengono decise e comunicate agli elettori prima delle elezioni, la possibilità di votare per un candidato (instaurando un meccanismo di accountability tra eletto ed elettore assente nei sistemi a liste bloccate)e inoltre la sistematica sottorappresentazione dei partiti estremi di destra (il Front National) e di sinistra (il Pcf) a tutto vantaggio delle componenti moderate delle due coalizioni. Tra i difetti vi è sicuramente il rischio di un calo di partecipazione al secondo turno rispetto al primo (un esito che si verifica puntualmente anche in Italia ai ballottaggi delle amministrative) e la pratica assai discussa di accordi di appoggi e desistenze reciproche fra i partiti tra primo e secondo turno, che possono “tradire” la volontà degli elettori.

In Germania vige un sistema definito “proporzionale personalizzato”. I 598 seggi del Bundestag vengono ripartiti per metà in collegi uninominali e per metà con un sistema proporzionale a lista bloccata strutturato in circoscrizioni corrispondenti ai 16 Länder (gli stati federati tedeschi) in cui vige uno sbarramento del 5% e la formula Hare. Il sistema sembra misto, ma non lo è. L’elettore, infatti, ha a disposizione due voti, uno per il candidato del collegio (in cui vige un sistema plurality, ovvero di maggioranza relativa) e uno per il partito nella parte proporzionale. Ma è il voto di lista che determina quanti seggi spettano a ciascun partito, quindi il sistema è da considerare come un proporzionale. Esso presenta comunque due peculiarità poco note: innanzitutto, se un partito ottiene nei collegi più seggi di quanti gliene spetterebbero sulla base del riparto proporzionale, mantiene quei seggi in sovrappiù, accrescendo in tal modo il numero di seggi totali di cui è composto il Bundestag. In secondo luogo, se un partito che non ottiene il 5% nella parte proporzionale elegge almeno 3 candidati in altrettanti collegi, guadagna una rappresentanza in Parlamento pari alla percentuale ottenuta al proporzionale (caso verificatosi nel 1994 quando gli ex comunisti del Pds vincendo in 4 collegi ottennero ben 30 deputati con il 4,5% dei voti). Tra i pregi del sistema vi è ancora una volta la possibilità per i cittadini di selezionare la classe politica grazie all’esistenza dei collegi e la presenza di una soglia alta (5%) che consente di ridurre a 5-6 i partiti che accedono alla rappresentanza. Tra i difetti i principali vi sono sicuramente l’assenza di un vincolo che imponga ai partiti di dichiarare preventivamente le alleanze e la possibilità che si instauri una dinamica multipolare (con un centro che governa a scapito delle ali estreme) e non bipolare. Tutto questo in Germania non è mai avvenuto, ma in Italia è l’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, dell’Udc di Casini, dell’Api di Rutelli e dell’ala dalemiana del Pd.

Questi, dunque, i due modelli che vanno per la maggiore nel dibattito italiano. Entrambi svolgono bene il proprio ruolo, garantendo stabilità e alternanza ai rispettivi paesi. Ma siamo sicuri che in Italia li faremmo funzionare altrettanto bene?

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L’esempio è il seguente: al primo turno in un collegio il candidato conservatore ottiene il 40%, il socialista il 25% e il candidato centrista il 20%. Quest’ultimo, pur ammesso al secondo turno, si ritira e annuncia l’appoggio al candidato socialista, facendolo in tal modo vincere, ottenendo in cambio un analogo favore a parti invertite in un altro collegio del paese. Siamo sicuri che gli elettori del partito centrista volessero questo tipo di accordo?

Il quoziente Hare funziona così: il totale dei voti validi viene diviso per il numero dei seggi da assegnare, ottenendo così il quoziente. Poi si dividono i voti presi da ciascun partito per il suddetto quoziente e il risultato dà il numero di seggi spettanti a ciascun partito.

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