La riforma elettorale dalla parte del cittadino: l’importanza di ripartire dall’abc

L’attuale legge elettorale – il cosiddetto “Porcellum”- è in vigore ormai da cinque anni, essendo stata approvata nel dicembre del 2005. E con essa l’Italia ha già affrontato due tornate elettorali, nel 2006 e nel 2008.

Accolto da sdegno unanime, in realtà il Porcellum esisteva già dall’anno prima, a livello regionale. Nel 2004, infatti, la Giunta regionale toscana, di centrosinistra, aveva scelto di adottare una legge elettorale (la n. 25 del 13/05/2004) di tipo proporzionale, con soglia di sbarramento, premio di maggioranza, elezione diretta del presidente e, soprattutto, con liste bloccate.

Lo sdegno in quel caso non ebbe grande eco e ancora oggi sono in pochi a ricordare, nonostante che motivo di sdegno si sia riproposto anche di recente, quando la Toscana è tornata a modificare la legge 25, ma non per abolire quelle stesse liste bloccate che poi continua a criticare sul livello nazionale.

Di cambiare il Porcellum si parla dal giorno dopo la sua introduzione, ma nessuna maggioranza politica è mai passata dai propositi a fatti. ‘E lecito dubitare, quindi, che questo possa accadere adesso che pare essere ripresa con vigore la discussione sulle regole elettorali.

Ha senso comunque inserirsi nel dibattito odierno, perché, a forza di battibeccare tra destra, centro e sinistra, si è finito per perdere di vista gli elementi essenziali e persino il senso stesso del dibattere. Soprattutto agli occhi dei cittadini, che, per quanto non tenuti a conoscere i tecnicismi delle regole, sono assolutamente in grado di seguire il ragionamento che vi sottosta. In altre parole, il primo passo da compiere per riaffrontare seriamente la questione elettorale da ambo le parti, elettori e partiti, è quello di ripartire dall’abc, ricostruendo innanzitutto un percorso logico. Anche a rischio di risultare banali ai cosiddetti “tecnici”, è ora di porsi anche dalla parte dell’elettore, che è parte in causa in una legge elettorale esattamente quanto lo sono i partiti.

Lettera a) Perché sono importanti le regoli elettorali?

Chi non vuole cambiare il Porcellum argomenta, tra l’altro, che adesso non è il momento, che sarebbe meglio discutere di crisi economica, per non aumentare ulteriormente la distanza tra cittadini e politica. Come se le cose fossero alternative. Come se Governo e Parlamento potessero affrontare solo una questione per volta.

Sono le regole elettorali – anche se non solo quelle- a dare la “forma” al sistema politico. Come il contenitore dà la forma al liquido che andrà a contenere. Va da sé che, se il sistema politico non funziona, è da quelle regole che bisogna ripartire.

Lettera b) Quale è la legge elettorale migliore?

Va ribadito con chiarezza che non esistono sistemi elettorali buoni o cattivi in senso assoluto. Ognuno è buono o cattivo rispetto ad uno scopo, ovvero rispetto alla sua capacità di raggiungere lo scopo per cui è stato scelto.

Lettera c) Quali sono gli obiettivi che un sistema elettorale deve porsi?

Non sempre sono obiettivi univoci. Alcuni partiti, ad esempio, enfatizzano la rappresentatività, che per altri, invece, è un handicap almeno in termini di efficienza. C’è, però, un obiettivo su cui tutte le forze politiche non possono non concordare, almeno ufficialmente: quello di migliorare il rendimento del governo, renderlo al tempo stesso stabile ed efficiente. In altre parole (senza entrare nel dettaglio di come si misura il rendimento di un governo) l’obbiettivo è la governabilità.

Lettera d) Come si ottiene la governabilità?

In molti ritengono, non a torto, che il punto di partenza sia la riforma del sistema di governo, che è una riforma costituzionale. In quanto tale, costituisce una legge complessa per l’iter costituzionalmente previsto e per la maggioranza qualificata che richiede. Viene da chiedersi come un sistema politico che non sa trovare una maggioranza su una legge ordinaria, come è quella elettorale, possa trovarne una persino più ampia sull’architettura del sistema di governo.

I due momenti – la riforma del sistema di governo e quella del sistema elettorale- non sono alternativi, ed anzi dovrebbero andare di pari passo: sarebbe difficile, ad esempio, che un sistema maggioritario uninominale potesse spiegare i propri effetti in un sistema di governo diverso dal premierato, come insegna il caso inglese. Detto altrimenti, è fondamentale ragionare sull’idea complessiva di assetto istituzionale che si vuole per il Paese, e sulla base di quella cominciare da dove è più facile. Dalla riforma elettorale, probabilmente, più che da quella costituzionale.

Lettera e) Come funziona, in sintesi, il Porcellum?

Si tratta di un sistema proporzionale basato su circoscrizioni elettorali e non più su collegi, come nel precedente Mattarellum. E il punto non è solo tecnico: nel collegio il rapporto elettore-eletto è più stretto.

Abolite le preferenze, per le storture, i costi e gli imbrogli, cui avevano dato luogo: i seggi vengono attribuiti alle liste secondo l’ordine di presentazione dei candidati deciso dai partiti. Sono le cosiddette liste bloccate.

Il premio di maggioranza è uno dei punti forza con cui è stato presentato il Porcellum: grazie ad esso – si è sottolineato sin dall’inizio – il Paese avrebbe avuto finalmente governi stabili. Si tralascia spesso il fatto che il premio su base regionale al Senato fa sì che ci sia il rischio, non da poco, di avere maggioranze diverse tra i due rami del Parlamento.

Le soglie di sbarramento (il 4% alla Camera e l’8% al Senato per i partiti che si presentano da soli) avrebbero dovuto rendere immuni dalla frammentazione partitica.

Con l’indicazione del primo ministro a fianco della/e liste elettorali, il cittadino sarebbe stato sicuro, infine, di scegliere, oltre al partito, anche la coalizione e persino il capo del governo.

Lettera f) Perché cambiare il Porcellum?

Il punto non è se il Porcellum piace o meno, ma se ha funzionato oppure no. Ovvero, se ha raggiunto gli obbiettivi per cui era stato scelto. Il controllo delle candidature non è un obiettivo dichiarato, né dichiarabile, ma decisamente centrato. Di sicuro, però, il Porcellum non ha centrato l’obiettivo ufficiale, quello di migliorare il rendimento del sistema politico. E questo è sotto gli occhi di tutti.

Il Porcellum, quindi, non è da cambiare, come si sente dire spesso, solo perché scippa i cittadini del loro diritto di scelta e snatura la funzione del Parlamento, ma anche e soprattutto perché non garantisce la governabilità.

Lettera g) Perché il Porcellum ha fallito?

Più nel dettaglio, il Porcellum ha raggiunto solo uno dei tre obiettivi prefissati. Essi erano:

1. ridurre la frammentazione partitica (numero dei partiti rappresentati e loro potere di ricatto)

2. produrre l’alternanza tra due poli (bipolarismo in certo senso “perfetto”)

3. raggiungere la governabilità (stabilità più efficienza)

Il primo scopo è decisamente fallito: se il numero dei partiti presenti in Parlamento è diminuito, non lo è quello dei Gruppi parlamentari, che attualmente supera i venti. Intatto, poi, è rimasto il potere di ricatto dei partiti della coalizione a prescindere dal loro peso elettorale (come nell’Unione all’epoca del governo Prodi del 2006 e come adesso tra Lega, Pdl e Fli).

Si obietta spesso che almeno, adesso, gli elettori scelgono anche la coalizione da cui farsi governare nonché il capo di governo. Ma – a pensarci bene – si tratta davvero di una scelta? In realtà, la coalizione, così come il candidato premier, vengono decisi dai partiti prima del voto, e quindi è come se questo venisse svuotato del suo valore. Se, ad esempio, io sono un elettore della Lega e non approvo la sua alleanza con il Pdl, sono comunque costretto a votarla perché sulla scheda elettorale la Lega è collocata con il Pdl. Non solo, ma se io volessi Bossi come premier, devo comunque mettere la croce su Berlusconi: non posso scegliere affatto. Sono i partiti a farlo, non l’elettore, che si trova solo a dover ratificare.

Oltretutto, coalizioni prestabilite, una volta legittimate dal voto popolare, diventano, di fatto, inamovibili, in tal modo privando il nostro sistema parlamentare di quella flessibilità che lo dovrebbe caratterizzare.

Venendo al secondo dei tre scopi sopra elencati, va riconosciuto che il Porcellum l’ha centrato, e oggi anche in Italia vantiamo un sistema bipolare.

Il dubbio è che il merito sia effettivamente del Porcellum. Anche il Mattarellum aveva garantito il bipolarismo. I dati dimostrano, infatti, che l’alternanza bipolare è compatibile sia con il maggioritario che con il proporzionale. Ne consegue, allora, che essa non dipende tanto dalle norme elettorali quanto da altri fattori. C’è chi, autorevolmente, autorevolmente ha posto l’attenzione sulla presenza o meno di partiti anti-sistema, quale, ad esempio, era considerato in passato il Partito comunista. E’ quella che i politologi definiscono “polarizzazione: in quei sistemi politici dove essa manca o vine a cessare (come nell’Italia dopo la trasformazione del Pci) risulterebbe fisiologico approdare al bipolarismo”.

Rimane il terzo scopo, quello della governabilità, per capire la quale la prima cosa da fare è precisare i termini.

Infatti, nel dibattito politico italiano troppo spesso la governabilità viene scambiata per stabilità. Ma la stabilità è solo una condizione che serve alla governabilità: da sola non basta. Un buon governo è aiutato dall’essere stabile, ma la stabilità non lo rende buono; anzi, la stabilità di un governo inefficiente è persino dannosa.

La governabilità, dunque, è qualcosa di più: è stabilità ed efficienza insieme. Senza entrare nel dettaglio, in generale si può dire che un governo efficiente è un governo omogeneo e compatto, che come tale è in grado di governare, cioè di amministrare lo Stato, produrre scelte e attuare politiche nell’interesse della collettività. Le maggioranze che escono dalle nostre elezioni, al contrario, sono solo maggioranze “contabili”, disomogenee e litigiosissime: il veto di un partito sull’altro può bloccarle, anche quando i partiti sono solo due/tre come adesso Lega e Pdl/Fli.

Il Porcellum, in altri termini, non ha reso i nostri governi stabili nè più efficienti.

Con questo semplice abc si arriva a capire perché urge, in Italia, una riforma elettorale. Il passo successivo è capire quale.

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La polarizzazione è stata definita come la distanza ideologica lungo l’asse destra – sinistra tra i partiti.

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