La terra di nessuno

Gli ultimi anni hanno costituito un’occasione unica per la politica italiana: sono stati anni contraddistinti, politicamente, da una grande voglia di novità, di speranza, di partecipazione. Si percepiva nella gente, la più varia, la convinzione di poter incidere e di contribuire al cambiamento, anche solo con il voto. E, infatti, è stato tutto un fiorire di nuove iniziative civiche, di nuove associazioni politiche, persino di nuovi grandi partiti.

Quell’occasione la politica italiana l’ha sprecata. Totalmente. Ha finto di rispondere alla domanda di partecipazione, talora con eventi mediatici di grande impatto: le file entusiaste per le primarie democratiche, il bagno di folla dell’annuncio dal “predellino”, i proclami sul Po’ contro “Roma ladrona”. Eventi come riti di massa, mirati a destare grandi aspettative. Prevedibilmente andate deluse in poco tempo, quando la finzione non è stata più sostenibile ed è stato chiaro per tutti, nel Pdl come nel Pd come nella Lega, che, al di là delle promesse, i luoghi decisionali non erano affatto cambiati, blindati nelle stanze chiuse dei “caminetti” democratici o nei vertici in dimore private. Di qua come di là, la politica non si è rinnovata, né tanto meno aperta, ma solo limitata ad una efficace opera di maquillage.
Molti cittadini non si sono lasciati scoraggiare facilmente: convinti dell’ineluttabilità del cambiamento, si sono illusi che i partiti non avrebbero potuto opporsi a lungo.
Non è stato così, e dopo anni di respingimenti – proprio come quelli messi in opera contro gli immigrati clandestini- in molti sono tornati a casa. Quelli della cosiddetta “società civile”. Quelli che non erano mai stati iscritti ad un partito e che, per la prima volta, davanti alle grandi battaglie di modernità, avevano avuto voglia di farlo. Percepiti, invece, come “immigrati clandestini” dai partiti. Tutti respinti come un corpo estraneo.
Le promesse sull’apertura? Parole. L’apertura c’è stata, ma solo in entrata: agli “immigrati politici” è stata concessa la possibilità di candidarsi, ma senza apertura in uscita, che, poi, è quella che conta: gli eletti hanno continuato ad essere scelti altrove.
Le promesse su merito e competenza? Parole anche quelle. I partiti sono rimasti una specie di porto franco delle regole, ove si avanza per l’imperscrutabile volontà del capo e per una opportunistica predisposizione all’obbedienza.
Gli “immigrati clandestini della politica” non hanno potuto trovare asilo neppure nei tanto mitizzati territori. Al di là della falsa retorica che li avvolge, i territori si sono spesso ridotti a feudi contesissimi da signorotti locali, cercare di competere con i quali è sforzo vano, dato che controllano da anni la macchina organizzativa e di consenso di questo o quel partito.
Ecco perché, oggi, prevale un senso di grande stanchezza verso la politica. Non necessariamente un’avversione, ma la semplice constatazione che è un mondo pietrificato, impermeabile. Forse irriformabile, dato che i riformandi coincidono con i riformatori.
Una stanchezza che si traduce in distacco: a chi interessano ancora i partiti, se non a coloro che ne vivono, economicamente? Da un incarico all’altro, da una nomina all’altra. Quando la nomina non è doppia o tripla.
Una stanchezza, però, che sa ancora distinguere, prendendo le distanze non dai partiti non in sé, ma da come sono diventati. Non dalla politica, ma da come viene fatta. Anzi, non fatta.
Alcuni non riescono più a scendere in piazza, neppure per cause giuste, ed anzi provano diffidenza nei confronti dei vari popoli viola, azzurri o verdi, che, pure, svolgono valorosamente un compito che i partiti non sanno più svolgere: sensibilizzare e mobilitare su un’idea. Tanto, poi, i colori sbiadiscono, i partiti no.
Gli “immigrati clandestini” nei partiti non possono entrare, nei movimenti non riescono più a credere. E così la stanchezza ha cominciato a manifestarsi anche nelle urne. Disertate in percentuali importanti alle ultime consultazioni regionali. Nel centrodestra come nel centrosinistra. Un segnale di stanchezza attiva, di protesta. Ma i partiti, al di là di qualche dichiarazione del momento, non si sono fermati a riflettere sul dato, né sono andati a cercare alcuno degli elettori persi. Semplicemente hanno continuato ad andare avanti come se nulla fosse. Rivolti su se stessi. Nel centrodestra come nel centrosinistra.
Si dovrebbero capire, invece, che la stanchezza non è rassegnazione, ma una reazione sana. Di elettori sani. Che hanno preferito, alla fine, impegnarsi altrove, nelle professioni, nelle imprese, nello studio ed elaborazione di idee. Attività concrete dove mettere in pratica valori.
Quella concretezza è vitale per molti, dopo aver tentato di curare un malato che non vuole affatto farsi curare. Così come vitale è l’idealità ed il tentativo di coerenza, dopo aver assistito alla violazione di fatto di ogni principio proclamato: bellissimi codici etici votati e poi disattesi, derogati, dimenticati.
Si sono ritrovati in tanti in quella terra di nessuno abitata da chi ha trovato chiuse le porte dei partiti. Tanti Italiani che, nonostante tutto, non hanno perso la volontà di impegnarsi in qualcosa che vada oltre la propria dimensione privata.
Oggi sanno bene cosa chiedere per il Paese. Di sicuro, il rinnovo delle classi dirigenti. Non solo quelle politiche. Un rinnovo che deve significare non semplicemente l’esordio di facce nuove, ma l’investimento in una formazione rigorosa e l’adozione di una selezione accurata dei futuri dirigenti. Nel 2010 non è più accettabile che la selezione avvenga per cooptazione, neppure nella sua versione moderna di cooptazione mediatica: si è bravi se si riesce a diventare un “caso” in Tv o su Youtube.
Come dovrebbe avvenire la selezione dei più meritevoli? Proposte concrete non se ne sono sentite. Una soluzione potrebbe essere il ritorno al collegio uninominale, i cui effetti benefici sono evidenti in molte democrazie moderne. Un’altra soluzione, complementare alla precedente, potrebbe essere l’introduzione di quote. Può sembrare una provocazione. Eppure, quando sono state introdotte per le donne, in molti hanno storto il naso per poi riconoscere, alla fine, che le quote rosa qualche risultato positivo l’hanno portato. Almeno in termini di maggiore presenza femminile in politica. Perché, allora, non provare anche con merito e competenza? Una quota degli incarichi politici e amministrativi da riservare ad una competizione basata su titoli e capacità oggettive giudicate in modo indipendente, cioè da chi è fuori dalla stessa competizione in quanto non candidato. Ingenuo? Forse solo coraggioso.
Nuove classi dirigenti per nuove idee. Molti, infatti, si chiedono quale idea innovativa possa arrivare da dirigenti politici che hanno dominato la scena pubblica per decenni e che sono rimasti al loro posto anche quando hanno sbagliato previsioni e strategie. Il nostro Paese ha bisogno estremo di una visione complessiva, di un progetto chiaro: poche idee, ma nette, concrete. Scomode, se necessario.
Idee nuove e persone nuove, però, non basteranno: per far funzionare la macchina politica serviranno regole. Molte meno di quelle che ci sono adesso, più semplici e chiare. Le regole, in Italia, non hanno grande fascino, e nessuno ha mai avuto successo politico parlandone. A molti è convenuto che fosse così, per far approvare meccanismi nefasti nella distrazione generale. Ne consegue che, oggi, il primo lavoro da fare sulle regole è quello culturale.
Affinché le regole siano rispettate occorre che, prima, siano condivise e, dopo, sottoposte a controllo. E’ la possibilità di applicare sanzioni che fa veramente la differenza tra lo scrivere una buona norma e il vederla applicata. E la prima forma di controllo si chiama trasparenza.
Queste sono le richieste che, da un limbo scomodo ma obbligato, molti cittadini pongono alla politica, rispetto alla quale hanno scelto di stare ai margini pur non avendola mai abbandonata veramente.
Non potrà essere un capo carismatico, una sorta di nuovo “messia”, a soddisfare quelle richieste. Ci vorrà una forza politica: paradossalmente, non importerà tanto che si chiami “grande centro”, “grande sinistra” o “grande destra”. A molti elettori importerà semplicemente che sia credibile, che finalmente faccia ciò che promette. Quella forza politica si aggiudicherà il consistente patrimonio elettorale di quella terra di nessuno. Ma chissà se verrà mai.

dalla rivista “Formiche”

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