Gli uomini, non le regole il punto debole della fusione

Intervista a Gitti di Massimo Tedeschi (Bresciaoggi, 11 febbraio 2011)

 

 

L’intervista di Giuseppe Onofri a Bresciaoggi di domenica scorsa, e quella all’assessore al Bilancio Fausto Di mezza, hanno riaperto il dibattito su A2A: è stata giusta la fusione Asm-Aem? Brescia all’epoca si tutelò adeguatamente?

Il processo fu guidato dalla politica o dalla finanza? E’ possibile correggere gli equilibri fra le due città creatisi negli ultimi due anni?

Gregorio Gitti, all’epoca consulente di parte bresciana, parte da questo punto per ricostruire una vicenda di portata storica. E per offrire spunti per il futuro di A2A. E di Brescia.

Gitti, furono logiche finanziarie a dettare la fusione e le sue modalità?

Di fusione si iniziò a parlare, fin dall’inizio, secondo il metodo imposto da Renzo Capra: partendo dal piano industriale, valutando sinergie e valore della fusione. Avvocati e consulenti stettero fermi in attesa che i team guidati da una parte da Zuccoli e Ravanelli, dall’altra da Capra, Tomasoni e Rossetti partorissero un piano industriale. Il piano industriale era alla base di tutto.

Cosa se ne ricavò?

Che c’erano grandi spazi di integrazione delle diverse linee di business e di sinergia tra le stesse. Brescia era fortissima nell’acqua e nei rifiuti, ed era perfettamente integrabile nell’energia e nel gas sia per quanto riguarda la produzione che la distribuzione, compresi dunque tutti i servizi regolati che, ricordo, anche in tempi di crisi hanno mantenuto la loro redditività. In più c’era sul tappeto il piano di teleriscaldamento di Milano. Capra ne verificò la possibilità e in un cassetto di A2A c’è ancora il piano dell’ing. Modonesi, bresciano. Forse è rimasto nel cassetto perché nel frattempo si è preferito andare in Montenegro? Il teleriscaldamento è uno strumento eccezionale di fidelizzazione dell’utente. Invece fino a ieri, in Metrò a Milano, potevi vedere la campagna di Edison che fa sconti sull’energia del 20%, e A2A che ribatte con un malinconico “resta con noi”.

Questo riguardo ai rapporti fra A2A e la sua partecipata Edison. Ma torniamo alla fusione Asm-Aem. Fu giusto farla, e farla in quel modo?

La fusione fu fatta sulla base di un piano industriale che c’è, che è stato eseguito solo parzialmente ma che può essere ancora realizzato. La fusione, in quel momento, venne fatta per Brescia al massimo dei valori storici. Asm aveva un terzo di patrimonio netto in meno di Aem: è vero che c’erano partecipazioni di peso diverso dei due Comuni nelle due società, ma abbiamo ottenuto uno statuto e una governance assolutamente paritetica, anzi che per certi versi garantisce Brescia anche da una eventuale volontà del Comune di Milano di uscire. Lo statuto garantisce Brescia come socio di riferimento: Brescia è chiamata a esprimere uomini ai massimi livelli societari. Il problema è averli…

Restiamo ancora alla fusione: Brescia fece un affare?

Nonostante che Asm avesse un patrimonio inferiore di un terzo si definì la governance paritetica, Brescia ottenne anche un dividendo straordinario di 59 milioni e il Comune incassò più di 30 milioni dalla vendita della sede. Asm fu valorizzata al massimo, comprese le centrali di Gissi e Scandale allora in costruzione e che oggi sono ferme per l’andamento del mercato del gas. Mi sembra difficile sostenere che nella negoziazione Brescia ottenne poco.

Allora è stato un errore chiedere di controllare, all’inizio, la sorveglianza anziché la gestione?

In effetti sono sempre stato convinto che Capra fosse un gestore e non un sorvegliante, e glielo dissi più di una volta. Tuttavia la sorveglianza in A2A è stata dotata di poteri che nessuna società di diritto italiano ha. Tutti riconoscevano a Capra visione strategica, fiuto imprenditoriale. Ebbene, all’articolo 23 dell’accordo quadro era previsto un comitato strategico per i progetti speciali, che avrebbe dovuto governare il primo triennio della fusione, presieduto dal presidente della sorveglianza con poteri di agenda che avrebbe dovuto gestire tutta l’integrazione. Non mi risulta che quel comitato sia mai stato convocato e riunito.

Ma se la sorveglianza era stata rafforzata in questo modo, perché Brescia ha perso comunque posizioni?

Perché Capra fu isolato. Perché Brescia ha rinunciato a una presenza vera, tecnica, manageriale nella gestione. Perché Asm rinunciando alla propria storia e al proprio spirito ha rinunciato a una vicepresidenza tecnica nella gestione come quella che sarebbe stata rappresentata da Elio Tomasoni. Quella sarebbe stata la vera norma transitoria di garanzia.

Però le norme transitorie non avevano previsto il regno monocratico dei 50 giorni di Zuccoli, in cui l’allora presidente di Aem ha governato a colpi di ordini di servizio…

Quelli erano i tempi tecnici per convocare l’assemblea che doveva modificare il modello di governo trasformandolo in duale. Poi peraltro ci fu un periodo, più breve, in cui ci fu solo la sorveglianza. Vogliamo dire che Zuccoli ha esorbitato dai suoi poteri? La fusione in quella fase non ha funzionato anche perché non è stata ispirata al fair play e al rispetto dell’accordo quadro. Nella fusione hanno vinto i personalismi. In un processo equilibrato sorveglianza e gestione avrebbero dovuto collaborare per redigere insieme i regolamenti degli organi e del gruppo, e nell’ambito delle deleghe e dei poteri emanare i relativi ordini di servizio. Quel che non ha funzionato, insomma, è stato per colpa degli uomini, non delle regole. Già prima della data di efficacia della fusione e della stessa firma dell’accordo quadro era stato individuato un gruppo di manager per realizzare al meglio l’integrazione della fusione, compresi, con l’ausilio di un head hunter, gli organigrammi, poi la maionese elettorale impazzì e la vicenda della fusione incrociò il problema di trovare a Brescia il candidato a sindaco del centrosinistra.

E di escludere Morgano, dirottandolo nella gestione al posto di Tomasoni… Lei parla di responsabilità degli uomini, ma gli uomini hanno anche deciso che fosse Aem a incorporare Asm, e non viceversa. Perché?

Ne abbiamo discusso un anno. Noi chiedemmo la sede a Brescia in funzione del fatto che fosse Asm a incorporare Aem, ma poi sorse il problema del rapporto di Asm con Endesa Italia nell’ambito della “guerra” europea tra Eon ed Enel che si disputavano la utility spagnola a colpi di OPA. Fino all’ultimo Asm avrebbe avuto la possibilità di fermare la macchina. Il 28 dicembre arrivò la nota dell’Antitrust che dava il benestare alla fusione a patto che Asm uscisse da Endesa Italia, altrimenti rischiava di crearsi una concentrazione che andava da Enel a Eon via Endesa, da Edf a A2A via Edison. L’ultimo Cda di Asm dovette decidere se proseguire nella fusione o fermare tutto. Si sarebbe potuti uscirne senza alcuna penale, vista la prescrizione dell’Antitrust. Fu l’azionista, attraverso un intervento in Cda del vicesindaco Morgano, a sostenere convintamente la fusione.

Oggi si torna a prospettare l’ipotesi di una holding di controllo di due società distinte.

Quella soluzione fu attentamente valutata prima della fusione. Era caldeggiata dai consulenti del Comune di Milano. Nel frattempo la Consob però bollò quella soluzione con riferimento all’integrazione Iride e chiarì che avrebbe richiesto un’Opa obbligatoria sulla totalità delle azioni. La fusione per ragioni industriali, invece, era esente dall’obbligo di Opa sul 100% delle azioni. Lo stesso tema però si proporrebbe oggi se si andasse a ritroso. E dubito che i Comuni, visto lo stato della finanza locale, potrebbero assumere un onere simile.

Come valuta la soluzione dei due direttori generali territoriali?

E’ una soluzione organizzativa, che può essere presa in qualunque momento. Personalmente però non conosco una sola azienda che abbia due direttori con uguali poteri e uguali funzioni. L’impresa ha per sua natura una struttura gerarchica.

Meglio la soluzione-Iren, con società “tematiche” distribuite fra le città azioniste?

Quella è una soluzione positiva ed è il modello-A2A che non è stato attuato e che potrebbe esserlo. Insisto: il problema di A2A non è la struttura della governance ma l’esecuzione del modello. Il problema sono gli uomini, che, come in ogni ambito, debbono conoscere competenze e limiti di se stessi e degli altri.

Un uomo che è stato estromesso è l’ingegner Capra. Come giudica quel passaggio?

Nella storia centenaria di Asm Capra da solo conta 40 anni. Nei suoi processi di innovazione Asm s’è identificata con Capra, straordinario imprenditore prima ancora che manager. Ha avuto la capacità di decidere da solo e di non sbagliare quasi mai. Anche su Endesa Italia aveva dimostrato di avere ragione lui, nonostante le critiche allora subite

E l’estromissione?

A distanza di tempo la leggo quasi in modo psicanalitico.

Una freudiana “uccisione del padre”?

Sì, e forse per lui è stato persino liberatorio, anche se ne ha sofferto immensamente. Eppure s’è comportato da signore se è vero che, ad oggi, s’è rifiutato di chiedere il risarcimento per la revoca. Inoltre bisogna riconoscergli che, dal punto di vista procedurale, le sue scelte sono sempre state improntate alla correttezza istituzionale, anche nelle infuocate assemblee della successione. Tanto è vero che Consob gli ha dato ragione e ha sanzionato la società.

Oggi gli uomini sono cambiati. Alla sorveglianza c’è Graziano Tarantini…

Io do un giudizio positivo del presidente Tarantini che ha saputo interpretare il ruolo della sorveglianza e ha messo in maggior luce i limiti nell’interpretazione del ruolo della presidenza del consiglio di gestione che oggettivamente mi sembra oggi in difficoltà anche per scelte gestionali discutibili: il Montenegro è la cosa più evidente.

Riassumendo: per lei la fusione rimane una scelta positiva.

Il senso della fusione c’è ancora tutto. Deve semmai essere ancora scoperto a partire dal piano industriale, dall’attenzione ai servizi ai cittadini. Soprattutto i milanesi non hanno potuto apprezzare il significato di questa operazione.

Ci fa qualche esempio della direzione in cui potrebbero andare gli sviluppi di A2A?

Prendiamo Amsa, la società che si occupa di rifiuti a Milano. Perché è ancora lì? Non è efficiente, è una società gravata da migliaia di dipendenti assunti senza considerare i costi di gestione: perché non si incorpora Amsa in Aprica e non si valorizza l’eccellenza bresciana? Nascerebbe una società leader in Italia e forse in Europa nel ciclo dei rifiuti, che potrebbe anche essere quotata in Borsa. Tarantini queste cose non solo le ha capite, ma le sta perseguendo e mi pare lo stia facendo in operoso silenzio. Altro tema è il teleriscaldamento a Milano: perché il progetto s’è fermato? A2A non è più in grado di investire col peso dei suoi debiti? Non è possibile lanciare una società delle reti, interpellando la Cassa Depositi e Prestiti o qualcuno dei suoi fondi infrastrutturali? E’ un’altra eccellenza bresciana di cui i milanesi potrebbero beneficiare e avrebbe forse anche consentito di gestire meglio i rapporti con Edison, con una politica commerciale condivisa e non concorrenziale. O ancora l’acqua: è vero che fino ad oggi i servizi idrici hanno una tariffa sottile, ma rappresentano un servizio da dare ai cittadini. Di più, con la nuova normativa regionale è possibile fare i lavori, gli investimenti “in house”, e in tale ambito i margini crescono assai. In quel settore guadagni sia dagli investimenti sia dal rapporto con il territorio: perché A2A, che a Brescia ha un’esperienza eccezionale nella gestione dell’acqua, non può competere per gestire i servizi idrici milanesi? Perché ha venduto quelli di Bergamo?

Il suo approccio è assai diverso da quello del centrosinistra bresciano, che medita un referendum per recuperare la territorialità dell’azienda. Come giudica questa ipotesi?

Penso che una seria classe dirigente ha il dovere di fare scelte responsabili e coraggiose, e non di strumentalizzare con il populismo la volontà dei cittadini. Una classe dirigente deve spiegare alla gente quali sono i vantaggi delle scelte che è in grado di fare e soprattutto di quelle che essa stessa ha fatto. Aggiungo una cosa: il Comune di Brescia è azionista di riferimento di A2A. Mi chiedo però perché il sistema delle imprese bresciane non investe in una società che ha grandi capacità imprenditoriali. Lì c’è spazio per contare sempre di più. I bresciani parlano di A2A come gli italiani parlano della nazionale di calcio. Se c’è questo attaccamento, la miglior dimostrazione consisterebbe nell’investirci.

Scarica Pdf

© 2013 Fondazione Etica.
Top