Verso le urne: il Terzo Polo e le strettoie del Porcellum

Il fallimento della mozione di sfiducia votata il 14 Dicembre e respinta grazie al voto di alcuni “responsabili”, sembrava aver risollevato le sorti del governo Berlusconi che pareva tutt’a un tratto in grado di rilanciare la propria azione e consolidare la tenuta della coalizione con l’innesto di nuove forze politiche, come l’Udc, oppure con il supporto di singoli parlamentari finiani, centristi o perfino popolari delusi del Pd.

Poco più di un mese dopo la situazione politica sembra essere precipitata nuovamente nella più totale incertezza: gli scandali a luci rosse che hanno travolto il Presidente del Consiglio, la parziale bocciatura da parte della Consulta del legittimo impedimento, la presa di distanza da parte dei cosiddetti “poteri forti” (dal Corriere della Sera a Confindustria, con la Marcegaglia che giudica il governo “insufficiente”, al Vaticano che per bocca del segretario di Stato Bertone spinge il Premier a “fare chiarezza”) fanno pensare che la legislatura è nuovamente appesa a un filo. Questo filo si chiama federalismo, l’unico punto programmatico che interessa veramente alla Lega e tiene ancora in piedi l’alleanza di centro-destra. Dopo l’annuncio che, se i testi non verranno modificati, né il Pd, né il nuovo Polo di Fini e Casini voteranno i decreti del “federalismo municipale” la Lega è entrata in agitazione e per bocca di Bossi ha fatto sapere che se non si approva il federalismo, non rimane che il ritorno alle urne.

Se le elezioni sembrano avvicinarsi nuovamente, quale sarebbe, dato l’attuale quadro politico, la nuova configurazione delle alleanze?

Se si andrà alle urne sarà la prima volta dopo 1994 che voteremo in presenza di una struttura di alleanze non più bipolare ma con tre poli in competizione (sempre che non vengano raccolti i proclami di parte del Pd per la creazione di un CLN contro Berlusconi che coinvolga tutte le opposizioni, da Vendola a Fini). Al centro-destra (Pdl, Lega Nord e La Destra) e al centro-sinistra (presumibilmente limitato a Pd, Idv e Sinistra e Libertà) si è aggiunta da poche settimane una nuova alleanza politica in via di consolidamento che ha ricevuto il suo battesimo di fuoco il 14 Dicembre, pronunciandosi in modo (quasi) compatto per la sfiducia al governo. Si tratta del cosiddetto “Terzo Polo”, formato da Futuro e Libertà, dall’Udc, dall’Api di Rutelli, dal Mpa di Lombardo e da altre formazioni minori come il Pli, i Liberaldemocratici e i Repubblicani. Esso rappresenta certamente la più grande novità della scena partitica italiana in quanto configura una sfida all’intero sistema bipolare che ha orientato la competizione politica in Italia nell’ultimo quindicennio. Sebbene rimangano molte contraddizioni sulla natura di questa nascente alleanza ( per Fli è il “nuovo centro-destra post-berlusconiano”, per Udc e Api è il “nuovo grande centro post-bipolare) non sembra si possa trattare dell’ennesimo vano tentativo di mettere in crisi il bipolarismo, in procinto di fallire come già capitato all’ambizione terzopolista di “Democrazia Europea” di D’Antoni nel 2001 o dell’Unione di centro (Udc+ Rosa Bianca) nel 2008. Sembra qualcosa di più serio e consistente. I sondaggi accreditano queste forze, sommate, attorno al 14% dei voti (vediwww.termometropolitico.it), quanto basta per assicurare la futura ingovernabilità del Senato: secondo le proiezioni di Ipr marketing pubblicate su Repubblica il Terzo Polo supererebbe lo sbarramento accedendo alla rappresentanza in quasi tutte le regioni, conquistando un totale di 44 seggi e non permettendo in nessun caso (vengono proposti tre scenari possibili) la formazione di una maggioranza assoluta a Palazzo Madama.

Come ogni altro elemento dell’ingegneria costituzionale di un paese, però, la legge elettorale configura una “struttura delle opportunità” caratterizzata da incentivi e disincentivi che orientano e influenzano il comportamento degli attori coinvolti, partiti e leader da un lato, elettori dall’altro. Il “Porcellum” – ossia la legge numero 270 del 2005 – con le sue norme confusionarie e perfino contraddittorie, ne presenta molti, ed è in grado di complicare il quadro emerso dalla simulazione di Ipr marketing. In caso di elezioni, infatti, voteremo per la terza volta consecutiva con la legge elettorale che porta la firma di Calderoli, un proporzionale con premio di maggioranza (nazionale alla Camera, regionale al Senato) e molteplici e differenziate soglie di sbarramento.

Alla Camera ottiene la maggioranza assoluta dei seggi la coalizione che prende un voto in più. La sfida per la vittoria diventa quindi una questione tra centro-destra e centro-sinistra, all’inseguimento di quella “quota 40” individuata da Roberto D’Alimonte sul Sole 24ore come cifra percentuale minima per competere per il premio. Il Terzo Polo, ininfluente per la vittoria, potrebbe optare per due strade alternative: o formare una coalizione, nella ragionevole convinzione di superare a livello nazionale il 10% dei voti, permettendo quindi a ogni gruppo (da Fli all’Api) di presentare un proprio simbolo, oppure lasciare che ogni componente vada per conto proprio. Nel primo caso basterebbe per ogni lista il 2% per sedere a Montecitorio, con in aggiunta la “clausola del miglior perdente” che permetterebbe alla prima lista della coalizione sotto il 2% (presumibilmente Mpa o Api) di accedere al riparto dei seggi. Nel secondo caso ogni lista si presenterebbe in modo del tutto autonomo e dovrebbe superare il 4% di sbarramento. Questa seconda opzione è sicuramente conveniente per Fli e Udc che potrebbero esaltare le rispettive identità conducendo campagne autonome e massimizzando i voti, ma sarebbe osteggiata dai piccoli partner di coalizione come Mpa, Api Libdem, Pli e Repubblicani che andrebbero incontro a una sconfitta certa.

Al Senato i premi di maggioranza sono regionali, dunque si giocano 17 partite separate (Valle d’Aosta, Trentino Alto-Adige e Molise non hanno premio) sul territorio nazionale. In questo caso, per il Terzo Polo, le due strade percorribili alla Camera sono impraticabili: se Fini, Casini e gli altri formano una colazione, questa dovrebbe raccogliere almeno 20% dei voti secondo i rigidi dettami del Porcellum: una cifra irrealistica perfino per i più ottimisti. Ancor più impensabile sarebbe la scelta di andare ognuno per conto proprio: lo sbarramento regionale all’8%, come Casini sa bene (nel 2008 ce la fece solo in Sicilia), rimane proibitivo perfino per Fli e Udc (eccetto che in alcune regioni meridionali). Sembra esserci una sola possibilità: presentarsi tutti insieme, in un’unica lista (Polo della Nazione?). In tal caso lo sbarramento sarebbe sempre dell’8% e, visti i sondaggi, ecco che le simulazioni sembrano avere esiti trionfali garantendo al nuovo Polo di essere decisivo per la formazione di una maggioranza in Senato. In realtà una tale configurazione presenterebbe non poche incognite: innanzitutto la necessità di indicare un capo della coalizione (anche alla Camera) potrebbe innescare una sfida interna per la leadership tra Fini e Casini. Inoltre, e questo è l’azzardo più grande, un’unica lista che mette tutti insieme, da Fini a Rutelli passando per Lombardo, da Della Vedova alla Binetti, non potrebbe che causare confusione negli elettori e un’inevitabile contrazione di voti. E in molte regioni, soprattutto al Nord e nella Zona rossa, basta poco per scendere sotto l’8% e quindi non partecipare alla distribuzione dei seggi di minoranza con l’altra coalizione sconfitta [1]. Questo perché ogni legge elettorale, oltre ai suoi effetti meccanici, ne ha anche altri, definiti psicologici, che si esercitano prima del voto, e possono risultare decisivi. Se una lista è percepita debole, sarà abbandonata da quella parte dell’elettorato che preferirà votarne un’altra che, quantunque meno gradita, sarà in grado di competere per la vittoria.

Se il Terzo Polo sarà percepito come un’ammucchiata confusionaria l’operazione fallirà. In quel caso Pdl e Lega avrebbero avuto ragione ad imboccare la strada delle urne.

[1] Ad esempio in Emilia-Romagna, la vittoria del centro-sinistra (che guadagnerebbe 12 seggi) farebbe si che tutti i seggi restanti (9) andrebbero al centro-destra, anziché essere distribuiti tra Pdl-Lega e Terzo Polo.


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