La Cina tra guerra dei cambi e premi Nobel

Liu Xiaobo dissidente cinese, condannato nel Natale del 2009 a undici anni di reclusione per “istigazione alla sovversione”, ha saputo in carcere di aver ricevuto l’ambito premio Nobel per la pace. Almeno così raccontano i giornali che non sempre su queste cose riescono, come è normale che sia, a essere pienamente informati. Un premio che torna in Cina dopo appena venti anni. Nel 1989 fu, infatti, Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, a ricevere il premio dalla giuria di Oslo. Il tutto a ricordarci, qualora lo avessimo scordato, che la Cina di questi ultimi venti anni non è stata solo crescita economica.

Ma la particolarità di questa assegnazione è anche un’altra, che, se possibile, ne aumenta ancora più il valore simbolico: il premio a Liu Xiaobo arriva in piena guerra dei cambi. Gli Stati Uniti, a pochi mesi dalle elezioni di mid-term, chiedono ad alta voce alle autorità cinesi di rivalutare lo Yuan. La Cina che accetta di fare piccoli aggiustamenti non ha alcuna intenzione di effettuare grosse rivalutazioni della moneta locale.

Chi ha ragione si chiedono in molti? Proviamo a rispondere.

Innanzitutto, dobbiamo ricordare un’evidenza molte volte trascurata. La Cina, nonostante tutti i suoi progressi e l’impetuosa crescita economica conosciuta in questi ultimi trent’anni, rimane comunque un paese in via di sviluppo. Molto particolare, ma comunque un paese in via di sviluppo, dove le differenze regionali risultano essere ancora fortissime, i processi di urbanizzazione non sono ancora conclusi e dove, soprattutto, la qualità della vita di centinaia di milioni di persone rimane ancora bassissima.

Di solito, i paesi ricchi sono più tolleranti verso chi è in “via di sviluppo” e si mostrano disposti ad accettare una certa asimmetria di condizioni, soprattutto riguardo al tasso di cambio. Quando il Giappone, sempre sotto la pressione statunitense, decise di rivalutare lo Yen, creando così le precondizioni per sprofondare definitivamente nella deflazione (e i Cinesi sembrano aver imparato la lezione), era comunque un paese ricco in tutti i sensi. Ne’ la Corea del Sud o le altre tigri si sono mai viste avanzare, in maniera seria, richieste di questo tipo. Quale è allora la particolarità cinese? Facile la risposta: la dimensione. La Cina è un paese enorme, con una popolazione oltre il miliardo e 300 milioni di persone ed è affamata di tutto ,e pur ancora lontanissima dai livelli di sviluppo dei paesi più ricchi, già oggi è il primo consumatore al mondo di rame, acciaio, minerali ferrosi e soia e altro ancora. Non solo. La Cina, oltre che consumatore vorace, è anche un grande investitore e spesso i suoi investimenti la portano ad acquistare anche i debiti sovrani dei grandi paesi ricchi. Insomma, la sua presenza e soprattutto la sua crescita hanno forti ripercussioni su tutti i mercati. La sua dimensione non la rende quindi un paese “normale” e quello che è stato consentito ad altri si fatica a consentirlo a lei, anche se in effetti qualche diritto forse lo avrebbe. Ma in occidente, proprio la presenza di Liu Xiaobo in carcere, così come l’esilio forzato del Dalai Lama, consente ai falchi di prevalere sulle colombe e di far passare politiche che sono sostanzialmente di difesa commerciale, come nel caso dei cambi, quali politiche semplicemente giuste perchè portate avanti contro un paese che non rispetta la libertà al dissenso. E questo forse dovrebbero iniziare a capirlo anche a Pechino.

© 2013 Fondazione Etica.
Top