Perché il Mes anti-Covid non è ancora al riparo dal fuoco della Corte di Karlsruhe

Del MES si è parlato a lungo in queste settimane di crisi del Covid-19. E sul MES si è accesa una continua polemica politica. Ma del MES si era parlato ancora nello scorso novembre a proposito della sua riforma, ritenuta peggiorativa e rischiosa per l’Italia, perché avrebbe introdotto clausole di azione collettiva (CAC), ritenute tali, in particolare, da facilitare un eventuale default del debito sovrano italiano. E prima ancora, sulla riforma del MES, si era avuta una accesa polemica interna al Governo Conte 1 nel giugno del 2019 tra l’allora Ministro Tria e pezzi dell’allora maggioranza, che rimproveravano al Ministro poca trasparenza nelle comunicazioni al Parlamento. Insomma, il MES è stato un pezzo importante della politica italiana da un anno a questa parte.
Ma che cos’è il MES di cui si parla tanto? A cosa serve? A chi serve? A queste domande prova a rispondere il volume edito in e-book da Morcelliana – Scholé “MES. L’Europa e il Trattato impossibile”, a cura di Alessandro Mangia, che raccoglie i contributi di un gruppo di giuristi (non solo) milanesi, della Cattolica, della Statale e della Bicocca, che si sono impegnati a fornire una ricostruzione giuridica di cosa sia questa strana ‘banca sovrana’ che non ha eguali al mondo, istituita con un trattato internazionale nel 2012, ai tempi del Governo Monti, per svolgere funzioni, che, fuori d’Europa, dovrebbero essere appannaggio delle banche centrali e che la BCE non poteva svolgere, visti i divieti fissati ancora a Maastricht nel 1992.
Il volume fa chiarezza su una serie di problemi attuali e, soprattutto, futuri di cui ancora non si è discusso con consapevolezza: gli autori si sono fatti carico di ricostruire organicamente struttura e disciplina di un’istituzione anomala, che dovrebbe essere nata per essere il FMI dell’Europa e che invece, esaurita la sua funzione di finanziamento temporaneo, è diventata qualcos’altro.
Il MES nasce dall’evoluzione dell’EFSF, ossia di una società anonima di diritto lussemburghese, partecipata dai Governi dell’Eurozona, istituita una tantum nel 2011 come financial vehicle per erogare finanziamenti temporanei alla Grecia. E che continua ad esistere ancora oggi nei locali e nella sede del MES, avvalendosi dei suoi uffici e dei suoi funzionari fino alla restituzione dei prestiti erogati. Da qui la definizione dell’EFSF come fondo silente.
Le funzioni dell’EFSF sono poi state trasferite, ed ampliate, al MES, creato nel 2012, in piena crisi dello spread, con una molteplicità di funzioni, che vanno dal finanziamento dei sistemi bancari nazionali – come è avvenuto in Spagna – all’acquisto di titoli di stato sui mercati secondari, al finanziamento diretto dei bilanci pubblici di Stati che abbiano difficoltà di ricorso ai mercati, fino all’assistenza precauzionale di cui si parla in questi giorni con riferimento all’Italia.
Ed è qui che stanno i problemi. Perché se è vero che il MES è sostanzialmente una banca lussemburghese, i cui funzionari sono assistiti dalle stesse garanzie dei diplomatici – da qui la definizione di ‘banca sovrana’ – è vero che l’azione di questa entità, che emette obbligazioni sulla base di un capitale parzialmente versato (la famosa ‘potenza di fuoco’), non è un’azione libera. Ma è un’azione vincolata ad una serie di covenants, primo fra tutti, quello della ‘rigorosa condizionalità’ fissata prima nel TFUE 2008, poi nel TMES 2012, e quindi nel Regolamento 472/2013, che prevede una ‘sorveglianza rafforzata’ per le istituzioni che usufruiscano dei prestiti del MES. Il MES non può agire quando vuole, ma solo quando sia in pericolo la stabilità della Zona Euro, e in terzo luogo, quando la sua azione sia indispensabile. Il che avvicina il MES assai più ad un istituto di credito con finalità mutualistiche e vincolate, che ad una istituzione finanziaria libera di agire.
Questi vincoli hanno molto a che fare con il divieto di mutualizzazione del debito pubblico, ma anche del rischio di credito degli Stati dell’Eurozona. Perché il Trattato MES è già stato impugnato, ancor prima della sua entrata in vigore, in Germania, nel 2012. Ed è entrato in vigore solo grazie ad un escamotage delle rappresentanze diplomatiche europee pensato per colmare le correzioni introdotte dalla Corte costituzionale tedesca. E per far questo i Governi, con la tecnica delle riserve diplomatiche, hanno introdotto un testo diverso da quello ratificato dai Parlamenti nazionali.
Questo condiziona molto la possibilità di un intervento del MES sulla base delle cd. condizionalità Light per il Covid-19. Tanto più che, come dimostrano nel volume Marco Dani e Agustin Menendez, l’attivazione del MES per il 2% del PIL italiano (36 mld.) vincolati a ‘spese sanitarie’ porrebbe rilevanti problemi di legittimità. Ed aprirebbe, a legislazione invariata, ad una ennesima impugnazione presso la Corte costituzionale tedesca da parte dell’onnipresente prof. Markus Kerber.
Detto questo, è impossibile che il MES possa funzionare nel senso descritto dalle dichiarazioni dell’Eurogruppo del 19 aprile scorso? La risposta è no. A patto, però, che, come ho scritto nel contributo dedicato a “Il MES alla prova del diritto privato del mercato”, si qualifichino i finanziamenti per il Covid-19 come contratti di scopo non condizionati e si deroghi o si sospenda la normativa vigente con un Regolamento o con una decisione del Consiglio europeo. In caso contrario il Trattato MES finirà davanti alla Corte costituzionale tedesca, dove è facile prevedere un ulteriore blocco, imposto dalle costituzioni nazionali. Perché l’Europa, piaccia o non piaccia, non è uno Stato federale. Come ha dimostrato, ancora una volta, la decisione di due giorni fa della Corte costituzionale tedesca.

Gregorio Gitti, presidente di Fondazione Etica
(da Milano Finanza del 13 maggio 2020)
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