La potente leva italiana del risparmio privato per dire no al MES

Cassa Depositi e Prestiti ha lanciato con successo “Covid-19 Social Response Bond”: un miliardo di euro in due tranche destinati agli investitori istituzionali e finalizzata a sostenere imprese e amministrazioni pubbliche per l’emergenza sanitaria ed economica. Si tratta di un segnale importante verso quell’innovazione degli strumenti finanziari di cui tutti i Paesi necessitano, e non da ora. Su questo, l’Italia ha un vantaggio di cui tener conto, rappresentato dagli oltre 4.300 miliardi di ricchezza privata delle famiglie, più del doppio del pur pesante fardello del debito pubblico in valore assoluto: è questa la potente leva che l’Italia ha per fare a meno del MES, per diversi motivi.

Innanzitutto, perché i 36 miliardi che verrebbero da quel canale europeo sono quantitativamente inadeguati per una seria ricostruzione post-emergenza, e il “se no, vanno ad altri Paesi”, circolato in questi giorni, non rappresenta evidentemente una giustificazione adeguata.

In secondo luogo, perché non vi è nessuna certezza che il prestito europeo sarà senza condizionalità, come, invece, è stato detto in questi giorni anche da autorevoli esponenti istituzionali. Lo ha spiegato con estrema chiarezza Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale, su Il Sussidiario.net del 14 aprile scorso: il Meccanismo Europeo di Stabilità, al di là di generiche affermazioni nelle risoluzioni europee, non è cambiato perché “senza una modifica del Trattato Tfue e del Trattato MES non c’è mutazione di cui si possa parlare. Il MES è lo stesso del 2012 e non è cambiato di una virgola.” La contrapposizione “MES sì, MES no”, dunque, rischia di essere fuorviante per l’opinione pubblica: non si tratta di essere a favore o contro, ma di sapere bene le cose come stanno. Il Governo può decidere a favore dell’opzione MES, ma senza pretendere di addolcirla con la definizione di “nuovo MES”, la quale – si è appena visto – non ha, ad oggi, senza precise modifiche giuridiche, alcun solido fondamento.

Il punto importante del dibattito in corso è, dunque, che esiste un’alternativa. Il Governo può cogliere la drammatica situazione attuale come occasione per percorrere una strada innovativa, che coinvolga e valorizzi quel tesoretto privato che altri Paesi ci invidiano. Attivandone anche solo il 7%, attraverso strumenti di social impact investing, all’economia italiana potrebbe essere iniettata liquidità per 300 miliardi di euro, secondo l’ipotesi avanzata da Giovanni Bazoli, presidente emerito di Banca Intesa, sul Corriere della Sera del 5 aprile scorso.

Si tratterebbe, naturalmente, di un’operazione complessa, da studiare attentamente, con il coinvolgimento di diversi attori istituzionali, pubblici e privati, ma lo sforzo porterebbe vantaggi ben oltre la fase dell’emergenza, costruendo finalmente in maniera non episodica e politicamente orientata prodotti di social impact investing, ingegnerizzati per lo sviluppo economico del Paese anche una volta fuori dalla pandemia.

È quanto aveva proposto già nel 2015 Gregorio Gitti, presidente di Fondazione Etica e allora deputato indipendente, in una mozione (A.C. 729) che proponeva di “ripensare un modello di sviluppo complessivo, che non consideri più separati, ma interdipendenti, l’ambito sociale, economico e politico” ricorrendo a “un’ampia gamma di investimenti (loan based o equity based) basati sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare, anche in combinazione con i fondi pubblici, impatti sociali positivi e, al tempo stesso, rendimenti economici privati.”

Gli strumenti di social impact investing possono portare al Paese un doppio beneficio: non solo in termini di reperimento di risorse finanziarie, ma anche di tutela del loro buon impiego. Si caratterizzano, infatti, per l’intenzionalità di produrre un impatto a largo raggio, economico e sociale; per la misurabilità degli obiettivi da raggiungere; per l’attenzione al rendimento economico per gli investitori, il cui rischio, mitigato dalla garanzia pubblica, viene remunerato, a fronte di investimenti di medio lungo termine con finalità di interesse generale. In altre parole, il social impact investing consentirebbe di avvicinare la nostra economia agli SDGs dell’ONU, conferendo un po’ di concretezza a quell’Agenda 2030, cui tutti plaudono a parole, ma che al momento appare un libro dei sogni.

Senza entrare in tecnicalità, i social impact bond, o altri prodotti analoghi, possono oggi essere rivolti ai fondi di investimento istituzionali, capaci di mobilitare ingenti risorse finanziarie sensibili all’interesse pubblico e a rendimenti moderati e pazienti, ma anche ai piccoli risparmiatori, sempre più sensibili a investire in prodotti finanziari con sostenibilità ESG.

Questa alternativa italiana al MES potrebbe diventare una via replicabile anche in Europa, dove il social impact investing è ancora praticato soprattutto con finalità di coesione sociale e non di sviluppo economico. Come se quest’ultimo fosse alternativo e non funzionale alla coesione di una comunità. Il momento attuale può essere colto, dunque, come occasione per tutti i Paesi europei per passare dalla retorica dell’innovazione sociale ed economica alla sostanza della sua applicabilità su larga scala.

Attenzione, però, a non concentrarsi solo sul reperimento del denaro da pompare nelle nostre economie: l’Unione Europea, così come i singoli Paesi, dovranno fare molta attenzione a chi utilizzerà quel denaro e a come; in definitiva, agli impieghi delle risorse e alla loro capacità di produrre effettivo valore pubblico, misurabile secondo indicatori precisi. Per una vera e solida ripresa non basterà a far arrivare liquidità agli Stati e, da lì, alle Amministrazioni locali, senza alcuna regia e senza adeguati sistemi di monitoraggio: è proprio in un momento come quello attuale che trasparenza, integrità ed efficienza diventano requisiti indispensabili che devono guidare l’allocazione delle risorse. Dobbiamo preoccuparcene prima, non dopo. La vicenda pluridecennale dei Fondi Strutturali Europei, e della loro scarsa capacità di produrre sviluppo, sta lì come un pesante monito in questo senso.

Questo non significa tagliare fuori i territori marginali, ma erogare loro denaro a due precise condizioni, monitorate dal centro: conoscere lo stato di salute della macchina amministrativa e supportare l’Amministrazione nelle procedure con specifiche competenze. È una raccomandazione che rischia di suonare inopportuna durante un’emergenza così grave come quella attuale, ma sono proprio l’emergenza e la sua gravità a esigerla.

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