Non andrà tutto bene

L’ottimismo è uno strumento emotivo irrinunciabile in momenti di difficoltà come quello attuale, ma può diventare dannoso se, a un certo punto, non fa i conti con la realtà. Andrà bene tutto bene? È stato importante dirselo all’inizio dell’emergenza sanitaria ed economica, ma ora è più utile e coraggioso ammettere che no, non andrà tutto bene. Non se i Paesi non si attrezzeranno.

I precedenti non sono incoraggianti. Non lo sono in Italia, per le tante promesse post-eventi calamitosi andate a vuoto, per esempio sul dissesto idrogeologico e sul rischio sismico. E non lo sono neppure negli altri Paesi: la crisi finanziaria del 2008, per esempio, aprì una voragine nel benessere delle economie sviluppate tale da scatenare una gara di buoni propositi per il cambiamento delle regole della finanza mondiale, che ancora oggi restano incompiuti.

Dunque, è irrealistico credere che le politiche sanitarie ed economiche cambieranno solo perché le conseguenze della pandemia lo hanno reso necessario. Oltre a incoraggiarci a vicenda, pertanto, servirà presidiare sin da ora il governo del cambiamento. Come?

A seguire il vivace dibattito pubblico di queste settimane le ricette non sembrano mancare: in tanti hanno proposto la loro, talora al limite della supponenza. Ma quanto accaduto con il Coronavirus è ancora troppo poco conosciuto per azzardare qualcosa di diverso dall’umiltà di una combinazione di proposte.

Una prima verità che sembra uscire indiscussa dalla pandemia è quella del ruolo del “pubblico”. Un ruolo insostituibile, senza il quale un’emergenza come quella attuale non avrebbe potuto essere contenuta: troppo costosa, fuori dalla portata di qualsiasi operatore privato.

Non si tratta di ristabilire un primato, ma di ribadire una peculiarità: il pubblico non è, di per sé, migliore del privato, ma sicuramente il pubblico non potrà mai essere sostituito dal privato. Perciò, smettiamo di lamentarci indistintamente di tutto ciò che è pubblico, perché è lì è che siamo andati a bussare per curare i nostri malati.

E anziché insistere nell’inutile denigrazione delle istituzioni pubbliche, cominciamo a convogliare ogni energia affinché funzionino come dovrebbero. Il legislatore ci ha indicato come farlo, fornendo a ciascuno di noi uno strumento di monitoraggio delle Amministrazioni centrali e locali: si chiama Amministrazione Trasparente, ed è ancora uno strumento troppo poco conosciuto e utilizzato da cittadini e imprese.

Una seconda verità che esce da queste settimane di emergenza è che alcune politiche dovranno essere ripensate, in primis quella di reperimento e allocazione delle risorse finanziarie. Se, da un lato, consola la gara di solidarietà per donare respiratori e mascherine alle strutture sanitarie, dall’altro preoccupa il protrarsi dell’assenza di una regia.

Tra i rischi c’è quello per cui alcune strutture continuino a ricevere più di altre, talora con maggiori necessità. La donazione del singolo cittadino è un atto prezioso, ma lo è ancora di più se messo insieme a quello di tanti: i miei 100 euro da soli non possono fare la differenza, ma insieme a quelli di molti altri sì. A questo dovrebbero servire gli investimenti a impatto sociale: a raccogliere il denaro raggiungendo una massa critica e rendendone più incisivo e monitorato l’impiego.

La situazione nel nostro Paese, su questo tema, si presenta contraddittoria: la definizione di investimento a impatto sociale, da un lato resta fumosa e poco conosciuta a livello di opinione pubblica, e persino di volontariato sociale; dall’altro sembra essere diventata uno slogan alla moda tra filantropi, fondazioni bancarie, operatori finanziari, organismi no-profit di grandi dimensioni, una sorta di brand che assicura quanto meno un successo reputazionale.

Tuttavia, cercando sui motori di ricerca i risultati restituiscono un quadro di iniziative che di social impact investing hanno molto poco. La priorità, dunque, è ripulire lo strumento del social impact investing dalla retorica e cominciare a utilizzarlo correttamente.

Anche in questo caso il legislatore è stato lungimirante e con la cosiddetta Riforma del Terzo Settore ha introdotto i titoli di solidarietà, che, però, ancora giacciono inattuati. Il governo acceleri e promuova l’utilizzo di questa tipologia di risparmio privato, che consiste – semplificando – in un suo impiego non a fini di mera beneficenza, ma di investimento dai molteplici vantaggi.

In primo luogo per il risparmiatore: il vantaggio è, oltre alla restituzione del capitale investito, una remunerazione di tipo finanziario, in termini di margine di interesse periodicamente corrisposto; di tipo reputazionale, in quanto investitore paziente che rinuncia a parte del suo profitto in favore della comunità; di tipo fiscale, in termini di detrazione di imposta o di deducibilità della quota di profitto devoluto a progetti a impatto.

In secondo luogo per la comunità e per le istituzioni: il vantaggio è quello di un arricchimento complessivo attraverso azioni produttive di valore pubblico misurabile, come la rigenerazione di immobili pubblici in disuso e l’avvio di progetti sociali capaci di generare occupazione e, quindi, ricchezza economica e gettito fiscale.

Naturalmente, i titoli di solidarietà e le altre forme di investimento a impatto sociale non sono “la” soluzione, ma una leva importante in grado di mettere in moto gli oltre quattromila miliardi di risparmio privato stimato in Italia.

Per far ripartire il Paese servirà anche un altro livello di coinvolgimento dei capitali privati. Così come è vero che il pubblico non può essere sostituito, è vero anche il pubblico non può farcela da solo a risollevare il Paese da una crisi economica le cui dimensioni si prospettano gigantesche.

La ripresa dovrà passare da un piano di investimenti in infrastrutture pubbliche da finanziare anche con il coinvolgimento dei cosiddetti investitori istituzionali, quali, per esempio, i fondi pensione. Su questo hanno scritto, di recente, Federico Merola e, qualche mese indietro, Franco Bassanini. Provvisti di grande liquidità, dotati di competenze tecniche, guidati da esigenze di profitto non rapace ma paziente, compatibile con finalità di interesse generale e di sostenibilità ESG, quella tipologia di long term investor può rappresentare un partner strategico dello Stato, che verrebbe ad assumere così un ruolo di innovatore (secondo la definizione di Marianna Mazzuccato) e di garante a mitigazione del rischio dell’investimento privato.

È una sfida da cogliere in fretta non solo per uscire dall’emergenza, ma per procedere verso quell’ammodernamento delle infrastrutture pubbliche che, oltre a creare posti di lavoro, rimetterebbe in circolo ricchezza per tutti e attrattività per il nostro Paese.

(Pubblicato su Huffingtonpost – 15/04/2020)

 
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