La prima azione di classe inammissibile

Con ordinanza decisa il 27 maggio 2010 Tribunale di Torino ha emanato il primo provvedimento relativo alla disciplina dell’azione di classe introdotta dalla l. n. 99 del 2009 nell’art. 140 bis del codice del consumo. Si tratta di una decisione di grande rilevanza, anche in considerazione dell’attesa destata negli operatori dall’istituto dell’azione collettiva risarcitoria a tutela di diritti individuali omogenei dei consumatori, la cui introduzione consegue a indirizzi politici emersi sin dal 2003, e la cui applicazione è stata ripetutamente procrastinata dal 2007 al 2010.

La pronuncia verte sull’ammissibilità dell’esercizio dell’azione da parte del consumatore di servizi bancari, ai fini del risarcimento del danno prodotto dall’inserimento di una clausola nulla nella regolamentazione del rapporto di conto corrente, nonché dalla sua eventuale applicazione. Il giudice procede nel contraddittorio delle parti a un approfondito esame del merito, concludendo che all’attore la clausola non era stata mai applicata, e quindi difettasse il suo interesse ad agire. Su questa premessa si dichiara pertanto inammissibile l’azione di classe, nonostante le conclusioni in senso contrario del pubblico ministero.

L’ordinanza in parola, pur dovendosi ritenere inidonea alla produzione di effetti di giudicato sostanziale (tranne che con riferimento alla statuizione sulle spese), assume però carattere definitivo del procedimento così avviato e dunque merita speciale attenzione. Occorrerebbe perciò in tale sede procedere con massima prudenza prima di negare l’ammissibilità della domanda: negli Stati Uniti si esclude che l’apparenza di fondatezza della domanda costituisca condizione di ammissibilità della class action; in vari paesi non esiste neppure alcun “filtro” preliminare; in Italia si è già dichiarato costituzionalmente illegittimo condizionare l’accesso alla giurisdizione al fumus boni iuris della domanda; l’art. 140 bis subordina l’ammissione dell’azione di classe alla non manifesta infondatezza della domanda, e si presta dunque solo a impedire l’esame nel merito di domande platealmente infondate, e non a giustificare il compimento in via preliminare proprio di quell’esame del merito che dovrebbe prevenire, com’è invece accaduto dinanzi al Tribunale di Torino.

Deve inoltre ritenersi tecnicamente inesatto nel caso di specie il riferimento compiuto dall’ordinanza alla disciplina dell’interesse ad agire: quest’ultimo deve infatti intendersi come condizione dell’azione in senso astratto, e pertanto considerarsi carente solo alla stregua della congruità fra le prospettazioni e le richieste dell’attore. Di conseguenza l’attore poteva dirsi privo d’interesse a chiedere i danni prodotti dall’applicazione della clausola senza asserirne l’applicazione a lui stesso, ma non a chiedere i danni prodotti dall’inequivocabilmente asserito mero inserimento della clausola: intorno a tale ulteriore domanda poteva ostare all’ammissione dell’azione di classe solo un giudizio di manifesta infondatezza, non ravvisabile però nell’ordinanza neppure in via implicita, dato che, lungi dal condannare l’attore ex art. 96 c.p.c., si perviene addirittura alla compensazione delle spese.

Il provvedimento dimostra dunque soprattutto come la scelta legislativa di subordinare l’ammissione dell’azione di classe a una valutazione preliminare di non manifesta infondatezza sia tecnicamente scorretta, al punto da sconfinare nell’irrazionalità. Questo modo di procedere, infatti, tende a introdurre inutili complessità e costi che, come ha a suo tempo efficacemente chiarito la Consulta, pregiudicano anche il convenuto (che rimane esposto alla reiterazione dell’iniziativa), oltre che l’attore e gli utenti tutti del sistema dell’amministrazione della giustizia: anche volendo immaginare che in materia di tutela collettiva dei consumatori l’abuso più ricorrente non consista proprio nell’evocazione a sproposito dello spettro dell’abuso dell’azione di classe, si deve infatti riconoscere che il congruo presidio contro quest’ultimo abuso, anche nell’interesse del convenuto, risiede non nelle misure ex ante, ma in quelle ex post, non impeditive della formazione di un giudicato sostanziale sul merito, ossia nella responsabilità derivante dalla soccombenza e dal giudizio di temerarietà della lite con la sentenza di rigetto della domanda.

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