Agid, una scelta complessa per il ministro Bongiorno e cruciale per l’Italia

L’attenzione mediatica di questi giorni sulle nomine pubbliche sembra, inspiegabilmente, trascurarne una di grande rilevanza: quella di direttore generale dell’Agid, l’Agenzia per l’Italia Digitale. E ciò è sintomatico della considerazione residuale che l’innovazione tecnologica ancora riscuote nel nostro Paese: acclamata da tutti, a parole, come la chiave di qualsiasi prospettiva di sviluppo, è stata sinora relegata a un percorso a sé stante, luminoso ma di fatto solitario e, come tale, incapace di produrre quegli effetti straordinari di cui è potenzialmente portatrice.

Quasi che l’ICT potesse di per sé contaminare mondi che, nel pubblico come nel privato, hanno marciato, e continuano a voler marciare, per inerzia, come se l’innovazione non li riguardasse, confidando nell’infondata speranza che le tecnologie possano, magicamente, innovare tutto ciò che toccano, persino i processi organizzativi e le procedure amministrative. Non è così, né potrà mai esserlo.

L’innovazione tecnologica non può prescindere dall’intreccio con l’innovazione amministrativa: diversamente, si limiterà ad allungare la lista di nuove “app” di per sé geniali, ma che, sparpagliate in servizi e livelli amministrativi diversi, senza una regia centrale sono destinate a restare oasi nel deserto.

Gli anni passati dimostrano la necessità, e anzi l’urgenza, di un approccio completamente diverso, in cui l’innovazione tecnologica deve diventare il tassello essenziale di un piano coraggioso di cambiamento che coinvolga l’intera PA. Un approccio faticoso, perché multistakeholder, ma imprescindibile, se si vuole davvero modernizzare la pubblica amministrazione italiana.

È per questo che la scelta del prossimo direttore generale di Agid diventa cruciale. Non dovrà essere un tecnico che parli alla casta degli iniziati dell’ICT, ma un conoscitore della PA, che abbia esperienza della complessità dell’organizzazione dei pubblici poteri. Qualcuno che, per esempio, sappia incentivare alla cooperazione le amministrazioni regionali e locali in modo da evitare la costruzione di venti o ottomila sistemi tecnologici simili, con spreco di tempo e risorse; che abbia l’autorevolezza per costruire vere alleanze di territorio per l’innovazione, che facciano non riuso, ma sviluppo e manutenzione evolutiva condivisi.

Qualcuno che, al tempo stesso, riconosca le difficoltà dei Comuni a farsi carico di sempre maggiori compiti e incombenze a fronte di risorse umane e finanziarie sempre più inadeguate e abbia il buon senso di comprendere che parlare di agenda digitale, in quelle condizioni, rischia di essere percepito come una burla da Sindaci stremati. Così come da cittadini disorientati che, da un lato, si vedono offrire lo Spid, ma, dall’altro, faticano a far progredire la loro pratica sulla scrivania di un dipendente comunale.

In altri termini, le innovazioni tecnologiche non possono restare un optional di lusso da piazzare in modo posticcio su una macchina che marcia stentatamente, ma devono impastarsi con gli ingranaggi della quotidianità degli uffici pubblici, alleggerendo gli adempimenti normativi con automatismi tecnologici che consentano di risparmiare tempo, produrre di più e monitorare meglio il rendimento del motore amministrativo.

Un esempio per tutti: l’obbligo che il legislatore, in modo lungimirante, ha imposto nel 2013 a tutte le PA di pubblicare gli stessi dati, nello stesso modo e nella stessa sezione dei propri siti web – denominata “Amministrazione Trasparente” (AT) – fatica ancora oggi a trovare pieno accoglimento nel personale pubblico anche perché comporta un aggravio di lavoro. L’ICT potrebbe, invece, rendere automatica l’alimentazione della sezione AT, alleggerendo i carichi di lavoro e migliorando trasparenza, efficienza e anti-corruzione.

Il nuovo direttore di Agid, perciò, dovrà disporre di esperienza e di capacità nell’intrecciare l’evoluzione tecnologica con il ripensamento della mappa concettuale e organizzativa di procedure e servizi pubblici. Dovrà, altresì, rappresentare la voce che, in consiglio dei ministri, possa portare l’opzione tecnologia ogniqualvolta una scelta normativa rischia di essere abnorme o eccessivamente complicata allo stato dell’arte dei sistemi ICT (il recente intollerabile allungamento dei tempi per il rilascio di un documento di identità è esemplare).

L’elenco dei nomi dei candidati a questa sfida, complessa e affascinate, è ormai pubblico: non pochi paiono avere il “vecchio” profilo specialistico, ma altrettanti paiono, per percorso professionale e levatura di visione, poter giocare quel nuovo ruolo.

Al Ministro Bongiorno spetta una scelta complessa, ma anche un’opportunità straordinaria per cambiare passo verso l’innovazione della pubblica amministrazione e, da qui, dell’intero Paese.

(Huffinpost – 27 luglio 2018)

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