Partiti in bolletta, gli elettori non li finanziano

partiti italiani si presentano alle elezioni del 4 marzo in bolletta. Nelle casse hanno molti meno soldi di quanti fossero abituati a gestire. L’osservatorio Open Polis ha calcolato che in 4 anni le forze politiche del Paese hanno perso il 61% delle loro entrate. Dagli 88,6 milioni del 2013, anno di elezioni, sono passati ai 34,7 milioni degli ultimi bilanci disponibili, quelli del 2016. Il conto si basa sulle entrate legate alla gestione caratteristica dei partiti. Sono quelle, spiegano i ricercatori di Open Polis, “che derivano da fondi pubblici, donazioni private, quote di iscrizione e da altre attività tipiche”. Open Polis ha studiato i dati delle forze politiche iscritte al registro dei partiti del Parlamento italiano e del Movimento 5 Stelle.

Le casse prosciugate dei partiti sono il combinato disposto delle nuove regole con cui la politica può finanziarsi. I rimborsi elettorali, che le liste incassavano in base ai traguardi raggiunti alle urne, sono stati cancellati nel 2013 da un decreto del governo Letta, che ha istituito il 2×1000. La norma ha previsto una graduale riduzione dei contributi elettorali, fino al loro azzeramento nel 2017. In parallelo aumenta il valore delle risorse che possono essere destinate ai partiti attraverso il 2×1000: dai 7,7 milioni di euro del 2014 ai 45,1 milioni del 2017. La somma, di fatto, ripristina il volume dei rimborsi elettorali, che nel 2013 ammontavano a 41,2 milioni di euro.

Tuttavia, a differenza dei rimborsi elettorali, che scattavano in automatico, il 2×1000 arriva ai partiti solo su esplicita indicazione del contribuente. Il sostenitore deve specificare nella dichiarazione dei redditi quale forza politica intenda sovvenzionare. Quando questo non avviene, i soldi finiscono in un fondo dello Stato. Dall’analisi dei bilanci Open Polis ha evidenziato che “rispetto a uno stanziamento teorico di 27,7 milioni di euro nel 2016, meno di 12 milioni sono stati realmente incassati dai partiti”. Gliitaliani, insomma, non intendono sovvenzionare la politica. Gli osservatori evidenziano che “finora il 2×1000 non è riuscito a compensare le entrate che garantivano i vecchi rimborsi elettorali”. E dato che dall’anno scorso quest’ultimi sono stati aboliti, i partiti si trovano di fronte alla sfida di finanziare una campagna elettorale con meno risorse e senza sapere quante riusciranno a intercettarne dagli elettori. “Sarà interessante capire se nei prossimi anni le forze politiche riusciranno a sfruttare maggiormente le potenzialità del 2×1000”, osservano da Open Polis.

In generale, i partiti non attirano la liberalità dei cittadini. Neppure le detrazioni fiscali concesse da Letta sulle donazioni di singoli elettori, aziende o enti privati ai partiti hanno sollecitato i contribuenti ad aprire il portafoglio. Anzi le donazioni da persone fisiche sono passate dai 38,4 milioni totalizzati nel 2013 a 12,4 milioni nel 2016. Si sono più che dimezzate in 4 anni, mentre il governo aveva previsto volumi superiori ai 50 milioni. “Anche escludendo il 2013 (anno elettorale, in cui è comprensibile che si concentrino maggiormente le donazioni), negli anni seguenti il declino è costante”, osservano da Open Polis. E aggiungono: “Molto più residuali le entrate da aziende e altri enti, nell’ultimo biennio sempre inferiori al milione di euro l’anno”.

In generale, secondo l’osservatorio, “oggi il problema per i partiti è il non riuscire ad attrarre finanziamenti privatiad esclusione di quelli dei propri eletti”. Sono questi ultimi a tenere in piedi i conti. Un secondo problema emerge sulle regole della trasparenza. Se la donazione supera i cinquemila euro (e può arrivare fino a 100mila euro) i partiti sarebbero tenuti a pubblicare il nome del generoso sostenitore. Tuttavia, per effetto della legge sulla privacy, se il donatore non dà il consenso, i dati devono essere occultati. In barba alle norme sulla trasparenza del finanziamento dei partiti. Per Open Polis, infine, “se le donazioni private alla politica passano sempre meno dai partiti, è possibile che si spostino su altri canali, come think tank e singoli candidati alle elezioni”. Fondazioni, gruppi parlamentari, agenzia media legate ai partiti o ai politici acquisiscono sempre più peso. Ma a differenza dei partiti, non sono soggetti alle stesse regole di trasparenza sui soldi che incassano.

di Luca Zorloni 

(Wired.it – 11/1/2018)

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