L’esordio del BES nel Documento di economia e finanza

Lo scorso aprile è stato approvato il testo definitivo del Documento di economia e finanza 2017 (DEF), che rappresenta, come ogni anno, le prospettive di sviluppo sul medio lungo termine dal punto di vista della politica economica di governo. Inutile dire che la priorità dichiarata è continuare a crescere in modo stabile, pur sempre cercando di garantire la sostenibilità alle traballanti finanze pubbliche. Il parametro che da sempre guida le attese è la dinamica economica complessiva, il PIL: per inciso, sul 2017 il Governo annuncia una previsione di crescita dell’1,1%, leggermente migliore di quella attuale.
Non tutti hanno notato, però, un elemento di grande novità: l’introduzione del BES. Di cosa di tratta? BES sta per “benessere equo e sostenibile: è un indice, sviluppato dall’ISTAT e dal CNEL, per valutare il progresso di una società non solo dal punto di vista economico (PIL) ma anche sociale e ambientale, tenendo conto di disuguaglianza e sostenibilità. L’ISTAT pubblica annualmente una dettagliata analisi di specifici indicatori, contenuti nel Rapporto BES, al fine di rendere il Paese consapevole dei punti di forza e delle difficoltà da superare per migliorare la qualità della vita, facendo sì che tale concetto sia posto sempre più alla base delle politiche pubbliche e sociali.
Con la legge n. 163 del 2016 il BES entra per la prima volta nel Bilancio dello Stato per rendere misurabile la qualità della vita e valutare l’effetto delle politiche pubbliche su alcune dimensioni sociali fondamentali. Il Governo ha deciso di anticipare in via sperimentale l’inserimento di un primo gruppo di indicatori nel documento di programmazione e finanza al 2017: non si tratta solo di misurare l’andamento in un confronto tra prima e dopo, ma di fissare obiettivi programmatici. In particolare, sono stati inclusi quattro indicatori di benessere equo e sostenibile, “come parte integrante della strategia economica, che nel futuro rappresenteranno misuratori del come questi obiettivi vengono ottenuti dal governo”. Si tratta di: reddito medio disponibile, indice di diseguaglianza, tasso di mancata partecipazione al lavoro, parametri relativi alle emissioni di CO2 e di altri gas.
La suddetta legge prevede che sia misurato l’andamento degli indicatori di benessere equo e sostenibile nell’ultimo triennio. Ogni anno il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sulla base dei dati forniti dall’Istat, presenterà una relazione alle Camere, entro il 15 febbraio, in cui verrà evidenziata l’evoluzione dell’andamento degli indicatori sulla base degli effetti determinati dalla legge di bilancio per il triennio in corso.
Perché introdurre il BES nella programmazione economica?
Pianificare avendo riguardo a indicatori correlati al PIL è ormai inadeguato: l’aumento del prodotto interno lordo è sempre auspicabile, ma bisogna ampliare la visuale ad altre dimensioni. L’aveva intuito già Robert Kennedy nel 1968, quando in un durissimo intervento pubblico aveva tuonato contro l’abuso del PIL come misura onnicomprensiva. È solo dopo un lungo dibattito, durato oltre trent’anni, che si è potuti arrivare alla pubblicazione, nel 2009, da parte della Commissione Europea con un titolo emblematico: “Non solo PIL – Misurare il progresso in un mondo che cambia”. Ci si muove ora alla ricerca di nuovi strumenti, più adeguati alla lettura della realtà, utili per orientare le politiche pubbliche verso scelte più eque e sostenibili, capaci di rafforzare l’impegno della società civile e porre al centro dell’agenda politica e governativa i temi della sostenibilità ambientale e sociale. Non a caso, il Rapporto BES misura oltre 100 indicatori, concernenti principalmente gli ambiti di salute, istruzione, lavoro, relazioni sociali, sicurezza, paesaggio e ambiente, qualità dei servizi, benessere economico.
Con l’introduzione del BES nel DEF l’Italia si pone all’avanguardia nel panorama internazionale in tema di sviluppo di indicatori sullo stato di salute del Paese che vadano oltre il PIL. Il Governo ha creato le condizioni necessarie per concretizzare la misurabilità di uno sviluppo sostenibile.
Sicuramente servirà ancora tempo, ma la direzione è cambiata e la politica della conservazione, da sempre ostile ai cambiamenti perché attenta alla salvaguardia dei vecchi privilegi, avrà vita meno facile.

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