Milano per il dopo Brexit

Le previsioni di lungo periodo contenute in un recente studio della società PwC delineano un futuro impietoso per l’Italia che, da qui al 2050, scenderebbe dal 12° posto al 21° nella classifica mondiale in termini di PIL. Non sono pochi i paesi che perdono terreno innanzi alla crescita delle economie emergenti, Cina e India in testa, ma per l’Italia il peggioramento atteso è assai più marcato: mancherebbe lo stimolo dei consumi interni, già oggi stanchi, e degli investimenti delle imprese, in faticosa ripresa, mentre l’export – fiore all’occhiello della manifattura italiana – risentirebbe della probabile modesta dinamica del commercio internazionale.

Che valore ha tale previsione? Nel lungo periodo sono molti i fattori che entrano in gioco e la previsione si basa necessariamente su ipotesi: la componente inattesa gioca un ruolo tanto maggiore quanto più lungo è l’orizzonte temporale e ciò suggerisce di leggere le proiezioni come un’indicazione di tendenza in corso “a parità di condizioni”. E’ sufficiente una variazione anche piccola delle condizioni iniziali perché muti il percorso. La previsione sull’Italia diventa, quindi, un importante campanello d’allarme che invita ad elaborare interventi strutturali. Di ricette semplici non ce ne sono: è necessario, piuttosto, potenziare ciò che di buono già esiste.

Uno spunto d’interesse viene dal progetto che si propone di valorizzare Milano come polo di attrazione post-Brexit. L’argomento è di grande attualità e sta creando un consenso bipartisan tra le forze politiche: a Milano possono essere ricondotti soggetti – imprese, istituzioni e lavoratori – che stanno per lasciare Londra dopo il referendum dello scorso giugno. L’ambizione di Milano si basa sulla constatazione che la città e il suo tessuto metropolitano già rappresentano un ambito di vitale importanza: basti pensare che le grandi aziende (con un fatturato superiore al miliardo) sono 123, contro le 61 di Monaco e le 44 di Amsterdam.

Ecco allora l’idea, presentata dal Comune di Milano a metà aprile, con il marchio “Manifattura Milano”: estendere la visione e creare un’area metropolitana capace di attirare nel tessuto urbano ed extraurbano (metropolitano) tutte le nuove imprese manifatturiere che, indipendentemente dalla dimensione, assumono una connotazione artigiana, perché capaci di rispondere alle attese di ogni segmento di clienti utilizzando – qui sta la novità – le nuove tecnologie.

Si tratta di un progetto potenzialmente di ampio respiro, che mira a creare aree pubbliche destinate a start up (Milano ne è già capitale, ospitando più di mille delle settemila innovative esistenti in Italia), le quali lavorino su manifattura, artigianato, stampanti 3D, prodotti e servizi su misura in una serie di spazi in grado di essere attrazione e stimolo per investimenti.

L’impatto potenziale è enorme. L’Italia è nota per capacità innovativa nei segmenti di qualità dell’artigianato e, non a caso, l’industria si sta spostando verso produzioni su misura in grado di rispondere a mutevoli e molteplici bisogni degli acquirenti. Si tratta di produzioni che impongono elevata capacità di adattamento alla clientela e studi di progettazione.

Il percorso si è avviato anni fa, quando le imprese, non più sorrette dalla leva della svalutazione del cambio, hanno iniziato a migliorare produttività e qualità: la meccanica ha scoperto la meccatronica, la chimica di base ha intrapreso produzioni ad alta qualità, la farmaceutica si è avvicinata ai migliori standard internazionali, l’arredo si è modernizzato in design evoluto; l’alimentare in un ampio pacchetto d’offerta con le caratteristiche distintive della dieta mediterranea e salutare.

Perché Milano? Perché è già forte di una vocazione manifatturiera esistente, che può fruire di un settore dei servizi in movimento, nel contesto di una grande metropoli in fase di evoluzione urbanistica. E’ l’intero tessuto imprenditoriale ad essere vitale, ricco di 36.000 imprese e 13.000 artigiani manifatturieri, capace di stimolare tra il 2012 e il 2016 circa 10 mila nuove imprese e, nel solo 2016, 800 start-up. Si tratta di un patrimonio unico tra le capitali europee.

In sintesi, un quadro di manifattura d’eccellenza e di qualità, che invita a rientrare in città e nell’area metropolitana, per ottenere uno spazio nelle principali catene del valore internazionali, giocando da protagonista nelle sfide del digitale e dell’industria 4.0.

Perché tale ambizioso disegno possa riuscire è necessario che l’architettura sia fisica che logica venga progettata con attenzione: la riconversione degli spazi improduttivi deve accompagnarsi all’utilizzo di tutti gli strumenti di attrazione di ogni risorsa disponibile. Senza scordare che della creazione di un importante distretto potrebbe fruire tutto il paese. Il sogno c’è, il progetto pure e non mancano le risorse: l’ultima parola alla politica.

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