I segnali da cogliere

Il manifatturiero rappresenta, da sempre, un punto di forza del made in Italy: ha quindi fatto piacere rilevare che nel 2015, dopo anni di crisi, il fatturato complessivo dell’industria Italia sia aumentato, seppur di poco, e che sia migliorata anche la capacità di generare cassa. Si è altresì notato che il moderato aumento della redditività è caratterizzato da una elevata dispersione tra le imprese, segno che l’azione di risanamento successiva alla lunga crisi non è del tutto terminata. Sin qui, in ogni caso, un quadro positivo rispetto agli anni della depressione prolungata, iniziata nel 2008.

Cosa manca, per completare un’opera non ancora definitiva? Il ritorno agli investimenti da parte delle imprese che, invece, hanno tirato il freno. Nel 2015, infatti, la dinamica dei nuovi investimenti è stata molto contenuta, ad opera prevalentemente delle aziende di medie dimensioni, a fronte di una sostanziale stabilità – su livelli decisamente bassi – per le altre classi dimensionali d’impresa.

E’ una situazione di precario equilibrio, per di più minacciata dal rallentamento del fatturato nel 2016, colpevoli il calo della domanda interna e dell’export.  Se il rallentamento di quest’ultimo proseguisse, come si attendono i principali centri di ricerca economica, per l’Italia verrebbe a mancare un importante motore propulsivo: da qualche anno l’export ha fornito all’economia il carburante necessario a fronteggiare il calo dei consumi e il crollo degli investimenti, contenendo, in qualche modo, la recessione.

Purtroppo l’Italia ha vissuto, negli ultimi lustri, un declino anche in quest’ambito; è stato meno visibile rispetto ad altri paesi semplicemente perché è stato condiviso con la maggior parte dei paesi occidentali. Ad eccezione di Stati Uniti, Regno Unito e Germania, la cui quota di export è significativamente aumentata, i principali sistemi internazionali hanno segnato il passo.

 

Variazioni nell’export, paesi Ocse. Anni 2000-2008. Fonte: Ocse

Variazioni nell’export, paesi Ocse. Anni 2008-2015. Fonte: Ocse

Parliamo di un risultato deludente per l’Italia (un modesto +1,6% nel periodo 2008-2015), ma la realtà è che il commercio mondiale rallenta, con una ricomposizione tra i principali attori: mentre i paesi europei segnano il passo, con un calo del 12% nell’export di beni dall’Europa al resto del Mondo nel 2015 (primo segno negativo dopo due anni di crescita), per la prima volta l’Asia supera l’Europa in termini di quote di mercato.

Non pare quindi possibile riporre tutte le nostre aspettative nel traino dell’export. Con il commercio globale che va incontro ad un rallentamento e la spesa pubblica difficilmente espandibile, rimangono solo le strade, tortuose, di un aumento dei consumi e degli investimenti; data la scarsa possibilità di successo del primo obiettivo (consumi), affinché le prospettive di successo dell’industria manifatturiera italiana migliorino in modo stabile e significativo, è necessario che le imprese riprendano ad investire. Già nel 2015 nei pochi settori che l’hanno fatto  (elettronica ed elettrotecnica, mobili, auto) si sono visti i primi risultati. Molte altre imprese, pur disponendo della liquidità indotta anche dai bassi tassi d’interesse, hanno preferito frenare,  prevalendo incertezza e scarsa chiarezza sulle prospettive.

Proprio l’evidenza dei fatti dovrebbe suggerire terapie più intense di quelle fin qui messe in campo, tutte alla ricerca dell’equilibrio tra consenso a breve e scommessa a lungo. La direzione di marcia è obbligata, ed è rappresentata dallo sblocco della produttività, ormai un’emergenza nazionale, scomoda da mettere in atto per le sue implicazioni politiche, ma decisiva per una ripresa che sappia motivare gli investimenti necessari, anche tramite un fisco che premi l’incremento della produttività. Non è lavoro facile, vanno eliminati vincoli strutturali che zavorrano il Paese da decenni, va rivisto il carico fiscale sui fattori produttivi e tagliate le inefficienze delle regole del gioco nelle aree del lavoro e dei prodotti, vanno resi efficienti gli strumenti dell’intervento pubblico. I primi passi compiuti nell’autunno 2016 vanno in questa direzione ma sono del tutto insufficienti.

E’ da un ventennio che l’Italia non cresce e sarebbe tempo di svolta a U per evitare il declino.

 

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