Riforma dei partiti: la nostra proposta

PER UNA LEGGE SUI PARTITI

IN ATTUAZIONE DELL’ART.49 DELLA COSTITUZIONE
di Caporossi – O. Massari

Democrazia interna e Controlli

 

  1. Il metodo democratico secondo la Costituzione

Le indicazioni costituzionali sulla democrazia nei partiti vengono dall’art. 49, che si limita a disporre che: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Il “metodo democratico”, dunque, nella Costituzione italiana si riferisce esplicitamente alla dimensione esterna all’organizzazione partitica, ossia alla competizione pacifica,  al pluralismo partitico, alla competizione tra più partiti etc. In Assemblea Costituente, infatti, non era passato l’emendamento Mortati-Ruggiero, che riferiva il metodo democratico anche alla vita interna dei partiti. Quello che oggi può sembrare un eccesso di prudenza da parte dei costituenti trova giustificazione nel particolare periodo storico, che esigeva tutela per le libertà, anche di quelle dei partiti, con la conseguente attenzione a evitare forme d’ingerenza da parte dei costituenti medesimi.

Il risultato non poteva che essere diverso da quello perseguito dalla Costituzione tedesca, che all’art. 21 afferma esplicitamente il requisito di democrazia interna per i partiti: su quella base si fonda la legge del 1967 sui partiti, che ne regola fondamentali aspetti della vita democratica interna.

Va detto, però, che per la teoria liberaldemocratica (da Schumpeter, a Schattschneider, a Sartori), il “metodo democratico” in senso esterno è sempre stato ritenuto requisito sufficiente dalla teoria liberaldemocratica per la democraticità del sistema dei partiti.

  1. Il contesto attuale

I legislatori italiani, nel tempo, hanno mantenuto una posizione analoga a quella dei costituenti, preferendo non avventurarsi nell’ambito del profilo giuridico dei partiti e della loro organizzazione interna, di fatto limitandosi a regolamentare, poco e in modo disordinato, soltanto il tema del loro finanziamento, almeno sino al 2013.

Del resto, aver riservato ai partiti il morbido regime normativo delle associazioni non è di per se un male, ma lo è diventato nell’applicazione distorta che i partiti ne hanno fatto, con una discrezionalità e opacità che sono l’esatto contrario dello spirito costituzionale. In altri termini, i partiti avrebbero potuto attuare la disposizione costituzionale nei fatti, senza bisogno di un obbligo da parte del legislatore, ma hanno scelto di non farlo.

È evidente che oggi ne pagano le conseguenze, evidenti nella crescente disaffezione dei cittadini, nel calo generalizzato di fiducia nei partiti e nella scarsa affluenza alle urne. In altri termini, sono mutate le condizioni sociali, culturali, storiche, rendendo inaccettabili per l’opinione pubblica il concetto di partito inteso solo come “associazione privata” e il “metodo democratico” inteso solo come proiezione esterna.

Ecco perché una legge sui partiti conviene in primis ai partiti stessi: potrebbe costituire, agli occhi dei cittadini, il segnale di una loro inversione di tendenza, quantomeno in merito a:

  1. a) trasformazione oligarchica dei partiti (da cui autoreferenzialità, distacco dai cittadini, privilegi e rendite della classe politica, etc.);
  2. b) trasformazione personalistica dei partiti (svuotamento dei partiti come organismi collettivi, affermazione della democrazia del leader e svuotamento della democrazia rappresentativa);
  3. c) trasformazione in comitati d’affari del personale politico (corruzione, abbassamento della qualità e competenza e rappresentatività degli eletti a tutti i livelli).
  1. Nelle democrazie europee

In Europa, standard minimi di democrazia interna sono previsti nella disciplina dei partiti di sei democrazie (Finlandia, Germania, Spagna, Portogallo, Polonia e Bulgaria) e in tre di queste (Germania, Portogallo e Spagna) hanno anche fondamento costituzionale.

Le leggi di partito più efficaci restano, però, confinate alle esperienze consolidate di Germania e Finlandia, almeno secondo la valutazione del Group of States against Corruption (Greco), creato in seno al Consiglio d’Europa per la lotta alla corruzione, che – secondo il Greco – comincia proprio dall’adozione di una buona legge sui partiti. In realtà, nemmeno la Germania esce indenne dall’analisi comparata a livello europeo, ad esempio per la scarsa trasparenza degli intrecci finanziari tra partiti e fondazioni politiche.

In generale, il processo di democratizzazione interna che ha interessato i partiti europei negli ultimi anni si è diffuso senza essere regolato da una cornice normativa vincolante e ciò ha consentito ai leader di partito di ampliare la partecipazione senza perdere il controllo sui processi di scelta delle candidature: la selezione delle candidature, ad esempio, nei partiti europei, come in quelli italiani, è diventata formalmente più inclusiva lasciando, però, intatto il potere dei leader di porre veti e/o cambiare l’ordine di lista.

Questo significa che una legge sui partiti non determina da sola il buon funzionamento di un sistema politico: è evidente l’importanza del suo coordinamento con la legge elettorale e con la forma di governo, perché è da un insieme coerente di riforme istituzionali che dipende l’efficacia complessiva di una democrazia.

Continua a leggere…

© 2013 Fondazione Etica.
Top