Investimenti a impatto sociale: una scelta obbligata

Un salto culturale
Sino ad oggi le politiche sociali sono state considerate un mero costo. Fare assistenza agli anziani, occuparsi dei disabili, reintegrare gli ex-tossicodipendenti, accudire i malati a lunga degenza, etc.., sono esempi di interventi pubblici visti come un peso per la comunità: soldi di spesa corrente sottratti agli investimenti.
Non è più così: oggi c’è un modo per trasformare la spesa sociale in un investimento per lo sviluppo della comunità. Non più denaro speso per pochi, ma fatto fruttare per tutti.
In Paesi come Regno Unito, Usa e Canada, questa nuova cultura si è già diffusa e va sotto il nome di innovazione e investimenti a impatto sociale.

Il contesto attuale
L’approccio che contrappone politiche sociali e politiche di sviluppo è superata. Non funziona più. Innanzitutto, perché il governo locale ha sempre meno risorse finanziarie; in secondo luogo, perché se il Comune non spende oggi per i bisogni della comunità spenderà di più domani per tensioni sociali.
La soluzione tentata sin qui, generalmente, è stata quella di delegare la gran parte dei servizi sociali al mondo no-profit, che, a sua volta, però, lavora grazie a fondi pubblici o a donazioni private.
Questo modello di politica sociale ha mostrato i suoi limiti: va bene per situazioni emergenziali, ma non per gestire l’ordinarietà. Caritas, ad esempio, non può, e non deve, sostituire il governo locale nella risposta alla povertà: quello di Caritas deve essere un intervento per lo straordinario, quello del Comune per l’ordinario. Altrimenti, tanto varrebbe versare le imposte a Caritas direttamente.

Innovazione a impatto sociale
L’idea che lanciamo è quella di un modo nuovo di intendere e finanziare le politiche sociali: esse non sono più da intendere come denaro a fondo perduto, un obolo da pagare per prendersi cura delle persone più svantaggiate, ma, al contrario, uno strumento per creare coesione sociale e sviluppo all’interno della nostra comunità. Senza coesione, infatti, non ci può essere crescita.
Quale è la proposta? Si tratta, in realtà, di una sfida, perché presuppone la volontà di innovare radicalmente. Come?

I beni pubblici in disuso per investire nel sociale
Si tratta di far lavorare insieme pubblico e privato, allo stesso tavolo per progettare e finanziare politiche definite non più semplicemente “sociali” ma a “impatto sociale”. La differenza non è solo terminologica.
Per capirlo serve un esempio concreto: la legge di stabilità 2015 ha introdotto la possibilità di recuperare i beni pubblici in disuso. Ciò significa che un edificio abbandonato può essere richiesto dai cittadini per finalità di interesse generale. Ma chi mette i soldi per recuperare quei beni? Il Comune non ne ha e i privati non vogliono rischiare.
La soluzione, allora, è quella già sperimentata positivamente nel Regno Unito, Stati Uniti e Canada: il Comune stanzia comunque dei soldi, ma senza spenderli, bensì mettendoli a garanzia dell’investimento dei privati (fondi di investimento dedicati, obbligazioni bancarie, etc..), che non solo avranno indietro il loro capitale, ma anche, nel medio periodo, una remunerazione del capitale investito.
Come? Nell’edificio assegnato, ad esempio, potrebbero essere ricavate alcune stanze per attività artigianali di ex- carcerati e/o di disabili, i cui ricavi andrebbero non solo a produrre un reddito privato, che può trasformarsi in consumi e quindi ricchezza generale nel Comune, ma anche, in piccola parte, a restituire capitale e pagare interessi negli anni. Altre stanze potrebbero essere riservate per recupero scolastico di bambini in difficoltà, e così via.
I progetti verrebbero svolti da enti no-profit e seguiti da enti valutatori indipendenti che ne certifichino la correttezza e l’efficacia a stati di avanzamento.
L’impatto, evidentemente, è maggiore che non il semplice recupero di un bene pubblico in disuso avviato al degrado: il quartiere diventa più vivibile e sicuro; la città più coesa e ricca.
Questo è un esempio, ma i casi di applicabilità dei Social Impact Investing sono molteplici. Si tratta solo di cominciare.

Gli attori dell’innovazione

Lo strumento degli investimenti a impatto sociale comporta che, accanto al governo locale e agli investitori privati, partecipino anche le fondazioni bancarie ed erogative, che alimenteranno il fondo di garanzia, e anche le banche, in quanto devono essere emessi bond, no-profit e valutatori del progetto. Sono attori essenziali delle politiche a impatto sociale anche le no-profit e i soggetti valutatori dell’impatto sociale prodotto.

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