Sintesi dei risultati

Il principale dato che è emerso con chiarezza dalla ricerca è la centralità del ruolo svolto dai Comuni in Italia: essi adempiono a un compito insostituibile di difesa e sviluppo del territorio, facendo da cerniera tra comunità locale e resto del mondo, in primis lo Stato centrale. Le costrizioni sia normative sia finanziarie subite dai Comuni negli anni recenti non ne hanno compromesso la capacità di governo, ma anzi ne hanno testato, e messa ancor più in risalto, la crucialità nel panorama degli Enti locali.

I dati esaminati nella parte prima della ricerca evidenziano il forte impatto che gli interventi sull’Ici hanno esercitato sui bilanci comunali. Per molti versi, la vicenda dell’Ici è, anzi, paradigmatica della natura fortemente gerarchica che caratterizza il coordinamento fra Stato centrale e Amministrazioni comunali.

Per la sua natura di imposta sul patrimonio immobiliare insediato sul territorio, l’Ici costituiva il principale elemento di autonomia tributaria dei Comuni e, al contempo, il canale più immediato di rendicontabilità delle relazioni fra sindaci e cittadini. Ogni intervento su quella imposta veniva immediatamente percepito dai residenti, conseguentemente portati a valutare con grande accortezza le giustificazioni addotte dagli amministratori per le loro decisioni in materia. L’imposta sul patrimonio immobiliare era, insomma, un tipico strumento di costruzione dell’accountability degli amministratori sul territorio.

Il Governo centrale ha trascurato queste considerazioni ed è intervenuto d’imperio sulle modalità di imposizione dell’Ici, dapprima riducendo le aliquote legali, successivamente abolendone la riscuotibilità sulle prime case. Ma l’aspetto che più colpisce in questa vicenda è l’approssimazione, probabilmente non casuale, con cui lo Stato ha compensato la perdita di gettito subita dai Comuni a causa dell’eliminazione dell’Ici. La riduzione delle entrate comunali è stata certificata per il 2008 in circa 3,3 miliardi di euro, a fronte dei quali è stato inizialmente riconosciuto un rimborso compensativo di 2,6 miliardi. Successivamente quest’ultimo importo è stato corretto dal Governo in aumento, ma si è trattato di un riconoscimento ex post, che ha provocato nei Comuni una pesante indisponibilità di cassa per il 2008.

Le lunghe discussioni che hanno avuto luogo in sede di Conferenza Stato-Regioni hanno integralmente riequilibrato gli ammontari compensativi a partire dal 2009, ma la perdita di autonomia impositiva dei Comuni continua a pesare in termini dinamici. Le cifre indicate in questa ricerca evidenziano come, in media, l’aumento potenziale della base imponibile Ici, determinata dall’immissione sul mercato di nuove abitazioni, fosse ogni anno del 3,8%. Prelevare l’Ici su questo incremento di base imponibile avrebbe significato per i Comuni poter contare su un gettito aggiuntivo annuo di circa 130 milioni, una cifra alla quale le Amministrazioni hanno dovuto rinunciare. Nel complesso, si è registrata una riduzione del grado di autonomia finanziaria dei Comuni compreso fra i 6 e i 7 punti: un’evoluzione opposta a quella che si attenderebbe in un contesto generale sempre più propenso ad accettare i principi di autonomia del federalismo fiscale.

Va, inoltre, sottolineato come l’eliminazione dell’Ici si sia inserita in un più ampio percorso di riduzione delle risorse trasferite ai Comuni, che ha conosciuto momenti significativi nel d.l. 262/2006, nella legge finanziaria per il 2008, nel d.l. 112/2008 e, infine, nel già ricordato d.l. 78/2010.

Tutto ciò in un contesto caratterizzato da una continua revisione delle regole del Patto di stabilità interno, in conseguenza delle quali i Comuni hanno contribui-to al rispetto degli obiettivi di riduzione dell’indebitamento pubblico in misura persino superiore a quanto programmato.

Nei fatti, il carattere stringente del vincolo di bilancio imposto ai Comuni si è rivelato più severo di quanto annunciato nei vari documenti programmatici, e le conseguenze sono state soprattutto in termini di compressione della spesa in conto capitale, che le Amministrazioni comunali hanno sacrificato, stanti le difficoltà di intervenire sulla spesa corrente, almeno nel brevissimo termine.

In particolare, la dinamica nel biennio 2007-2008 rileva un deciso freno, rispetto al passato, all’aumento sia delle entrate che delle spese, con il 2008 che registra una sostanziale stazionarietà delle entrate, soprattutto rispetto all’anno precedente, e una ripresa delle spese ma principalmente in termini correnti. L’andamento degli investimenti, invece, è più complesso: dopo il crollo del 2007, l’anno successivo mostrano di nuovo un segno più, ma non in tutti i settori. I Comuni, infatti, hanno reagito alla minore disponibilità finanziaria tagliando le risorse su alcune funzioni e concentrandole su altre. Il quadro che esce al termine di questo processo di aggiustamento è quello di un Paese in cui, anche a seguito di azioni perequative, sembrano essersi diluiti alcuni squilibri: sia le entrate che le spese pro-capite non differiscono sostanzialmente tra Nord, Centro e Sud. Si modifica il comportamento di spesa in conto capitale del Nord: i dati 2008, infatti, mostrano che esso non investe di più, ma anzi, di meno della quota media nazionale. Si conferma, invece, il primato, ma in senso opposto, della Sicilia, che spende per investimenti la metà di quanto spende il resto del Paese in termini medi.

Continua…

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