Referendum. Oggi si vota

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Oggi si vota. Chiamati alle urne per il referendum popolare che riguarda le trivellazioni petrolifere in alcune zone del paese. A decidere, come prescrive la Costituzione, sono i cittadini elettori. L’articolo 75 specifica che il risultato avrà valore soltanto se alla consultazione avrà votato il 50% più degli elettori. Si tratta, con tutta evidenza, di una previsione che tende a salvaguardare la legittima potestà legislativa del Parlamento che non deve e non può essere vanificata da una piccola minoranza. Nel contempo, l’articolo 75 è una sorta di termometro sia del valore dell’istituto referendario, sia della maturità dell’elettorato. Un cittadino può astenersi, ma il principio partecipativo esige – anche se non impone – il dovere di esprimersi attraverso il voto. Favorevole, contrario o con scheda bianca. Per questo motivo oggi si vota. Ed è sperabile che la faccia la maggioranza degli elettori. In caso di vittoria dei “No” il Governo, che la norma – approvata nel dicembre scorso mediante il contestato emendamento inserito nella legge di stabilità – ha voluto sarà maggiormente legittimato. In caso di vittoria dei “Sì” – a quorum eventualmente raggiunto – sarà chiaro che tale norma di legge non è condivisa dalla maggioranza dei cittadini che avranno votato. Ed è, in tal caso, giusto che essa venga abrogata.

In merito il dibattito delle ultime settimane fornisce elementi non marginali di riflessione. È un fatto che – dopo un periodo di scolorita attenzione – la questione abbia preso quota a seguito dell’affaire Guidi-Gemelli. La circostanza ha acceso i riflettori sul problema e le polemiche sono diventate pane quotidiano di  stampa, televisioni e radio. Sulle ragioni dell’una parte e dell’altra ciascun elettore avrà fatto le sue valutazioni. Suscitano perplessità due circostanze visibilmente anomale. Inquietante che il presidente del Consiglio sia intervenuto nel dibattito non già per ribadire le ragioni del “No”, bensì affermando che il referendum è una “bufala” e invitando pertanto a disertare le urne. Con una mossa simile a quella del non compianto Bettino Craxi che alcuni decenni fa, in un’analoga circostanza, esortò gli italiani ad andare al mare, invece di votare. Sconcertante, poi, il fatto che l’ex-presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, abbia assunto una posizione analoga, sostenendo che l’iniziativa referendaria è “pretestuosa” ed è quindi plausibile astenersi dal voto. Confortante, all’opposto, l’opinione del neo presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, il quale ha espresso l’opinione che recarsi alle urne è un dovere. Non giuridico, ma civico, perché è dimostrazione di essere parte attiva nei momenti peculiari dell’esercizio concreto degli strumenti della democrazia.

Chi ha (ovvero ha avuto) responsabilità pubbliche, sia di governo sia di garanzia dell’ordinamento, non può invitare i cittadini ad astenersi dal voto, che è l’espressione massima della partecipazione. A meno che – come è accaduto nei momenti bui di crisi delle democrazie o di dittature (conclamate o meno) – le consultazioni elettorali non siano una farsa. Fortunatamente non siamo in situazioni del genere. Di conseguenza, la posizione assunta da Renzi è, essa sì, pretestuosa. Cosa teme il presidente del Consiglio? Di essere seppellito da una valanga di sì? È stato lui stesso, e non altri, a sostenere che il voto di domenica non deve essere un plebiscito pro o contro la sua persona. Infatti, non lo è e non deve diventarlo, qualunque sia l’esito del voto. Che si raggiunga il quorum, oppure che esso non venga raggiunto. Il risultato peggiore sarebbe una scarsissima affluenza alle urne: segno ulteriore di crescente disaffezione dei cittadini verso la politica e dimostrazione di debole partecipazione civica.

(di Stefano Sepe)

 

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