Perché gli sforzi della Bce non bastano

Marzo 2016: a che punto è l’economia? La recessione è alle spalle o sussistono ancora incertezze? Il dubbio rimane perché l’attualità ci propone frequenti revisioni al ribasso delle previsioni di sviluppo.

Un’indicazione chiara, anche se non troppo confortante, viene dall’indice CESI (Citigroup Economic Surprise Index), noto tra gli addetti ai lavori, che misura lo scarto tra le attese dei mercati e la realtà effettiva. Più precisamente, l’indice mette a confronto i dati macroeconomici con le previsioni fatte dagli economisti. Quando i dati sorprendono in positivo le previsioni, il CESI migliora e sale sopra lo zero; se invece i dati sono peggiori delle attese, il CESI scende. L’area dello zero rappresenta la neutralità.

Di seguito la dinamica dell’indice CESI negli ultimi anni (nei paesi del G10), con l’aggiornamento a fine febbraio 2016:

im1

Eppure, la Banca Centrale Europea, di recente, ha ribassato ulteriormente i tassi (già negativi) e assunto altre misure per incentivare i prestiti alle imprese, mentre dalla politica monetaria ci si dovrebbe attendere la spinta per riportare l’indice in zona positiva.

Complici anche il crollo del petrolio e la debolezza nel mercato creditizio, il malessere non sembra essere passato e lo stesso CESI dell’Eurozona si sta dimostrando debole: i dati riferiti alle economie dei Paesi G10 stanno scendendo sotto le attese da aprile 2013.

In questo contesto, gli investitori sono comprensibilmente preoccupati circa le mosse delle banche centrali, dato che il mercato è trainato da fattori su cui queste ultime hanno poco o nessun controllo. Infatti, con i recenti ribassi, i mercati finanziari stanno segnalando la propria sfiducia nella capacità delle banche centrali di supportare l’economia globale. In una battuta: “una cosa è la finanza e un’altra cosa è l’economia”.

Il punto è che la politica monetaria dovrebbe essere di supporto all’economia reale e non sostituirsi alla politica fiscale. Quindi, la palla non può che tornare ai Governi, cui spetta il  compito più arduo e decisivo: solo tramite un loro intervento netto e incisivo, sia in ambito locale (singoli Stati) che europeo (EU), si potrà dare sostegno e sostanza agli sforzi della BCE.

Diversamente, la volatilità sui mercati finanziari proseguirà, con il rischio che gli effetti degli interventi di Francoforte restino di breve durata, non adeguati a generare risultati validi e sostenibili per l’economia reale.

In una recente intervista, il Governatore della Banca d’Italia ha ammesso che Draghi, a capo della BCE, ha fatto tutto ciò che era n suo potere fare: in sostanza, ha “comprato tempo” nell’attesa che «la politica faccia le riforme sia sul lato degli investimenti che dando opportunità alle imprese di crescere e creare occupazione».

Sarà in grado la politica di raccogliere il testimone? Osservando l’ambiente politico europeo, estremamente frammentato, i dubbi qui formulati in apertura rimangono. In Europa c’è un problema di domanda, di crisi del debito sovrano, di mancate riforme strutturali.

I cittadini dovrebbero convincersene, specialmente quando chiamati alle urne: la povertà di statisti, spesso improvvisati, è un problema molto serio e, soprattutto, dirimente per la ripresa generale.

© 2013 Fondazione Etica.
Top