L’analisi non è solo energia, il petrolio è un’arma (politica)

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A partire dalla metà degli anni 80 e per i successivi 20 anni, gli Stati Uniti hanno costantemente aumentato l’importazione di prodotti petroliferi, contribuendo in modo significativo alla domanda mondiale: nel 2005, la quantità importata era tre volte quella del 1985. La lunga corsa con l’avvento della crisi e al contempo con l’inizio delle estrazioni su larga scala di prodotti petroliferi da alcuni tipi di roccia le cose sono cambiate in modo sostanziale. Sono calate le importazioni, oggi ai livelli della metà degli anni 90, ma è soprattutto raddoppiata la produzione. In soli sette anni, dal 2008 al 2015, si è passati da 5 milioni di barili al giorno a 9,5 milioni. Questi andamenti — calo della domanda degli Stati Uniti sui mercati internazionali e aumento dell’offerta — hanno più che bilanciato gli effetti delle tensioni geopolitiche in alcuni dei Paesi produttori del Medio Oriente e del Nord Africa cosicché i prezzi del petrolio sono arrivati a livelli storicamente molto bassi. Se questo è un bene per spingere verso l’alto i consumi americani e consolidare così la ripresa, si pongono molti interrogativi sul futuro dell’industria estrattiva e sulla possibilità per gli Stati Uniti di usare la potenza energetica come arma di politica estera da affiancare a quelli tradizionalmente utilizzati: la diplomazia, i sostegni allo sviluppo, le sanzioni economiche, gli interventi militari. I progetti di estrazione del petrolio da roccia hanno infatti incrementato le riserve di petrolio degli Stati Uniti in modo spettacolare, dando al Paese una prospettiva di indipendenza energetica nel lungo periodo e aprendo prospettive all’esportazione su vasta scala. Se tra il 1980 e la fine del decennio scorso le riserve erano gradualmente ca late —da circa 30 miliardi di barili a 20 — soltanto negli ultimi sette anni le riserve già identificate sono arrivate oltre i 35 miliardi di barili. Un recente rapporto dell’Atlantic «Empowering America: How energy abundance can strengthen US global leadership» — sottolinea come queste riserve, unitamente a quelle di gas naturale, possono essere utilizzate a fini di politica estera in diverse aree del mondo. In primo luogo, possono favorire una maggiore penetrazione degli Stati Uniti in alcuni Paesi dei Caraibi e del Sud America oggi sotto l’influenza del Venezuela che, grazie alle sue riserve di petrolio, può alimentare una politica anti-americana in quei Paesi. In secondo luogo si potrebbe accrescere la diversificazione delle fonti di approvvigionamento in Europa, che subisce sia le tensioni tra Russia e Ucraina, sia l’instabilità in Libia ed è ancora fortemente dipendente dalle importazioni. In terzo luogo, potrebbe rafforzare ulteriormente i legami degli Stati Uniti con i suoi principali partner asiatici che non hanno autosufficienza energetica e devono importare dal Medio Oriente la gran parte del petrolio: ad esempio, il Giappone e l’India importano rispettivamente il 70 e il 60 per cento del petrolio dal Medio Oriente, rendendo questi Paesi estremamente vulnerabili alle evoluzioni geopolitiche. Peraltro, anche la Cina ottiene petrolio per il 50% delle sue importazioni dal Medio Oriente e dunque si potrebbero aprire scenari di nuove alleanze se gli Stati Uniti iniziassero a esportare in Cina. Nuovi equilibri Affinchè questo nuovo strumento di politica estera manifesti tutte le sue potenzialità, si devono realizzare due condizioni. La prima è che gli Stati Uniti eliminino il divieto a esportare i prodotti petroliferi non raffinati. Una legge del 1975 infatti vieta l’esportazione per tutelare i consumatori americani dalle fluttuazioni dei prezzi ma è evidente che il livello della produzione interna ad oggi è tale che così facendo si limitano solo le opportunità di lavoro e di crescita nell’industria estrattiva. La seconda condizione è che i prezzi risalgano. La produzione di petrolio da roccia ha prezzi molto variabili nei diversi bacini degli Stati Uniti, ma in gran parte è necessario un valore intorno ai 50 dollari al barile per rendere conveniente l’estrazione in bacini già attivi. La ricerca di nuove aree o l’avvio di nuove produzioni ha ovviamente costi superiori. È del tutto evidente che se i prezzi rimangono al livello attuale o addirittura calano ulteriormente, le scelte dei produttori andranno a modificarsi. Tutto sommato, questo è un Paese dove c’è molta mobilità, sia dei capitali che delle persone, e potrebbe avvenire quanto successe alla fine dell’800 in molte città dell’Ovest con la corsa all’oro: luoghi remoti che in pochi mesi arrivano a contare diverse migliaia di abitanti diventano, nel giro di pochi anni delle città fantasma. È questo il caso di Bodie: l’oro fu scoperto nel 1876 e tre anni dopo c’erano già 7.000 abitanti che si erano spostati da altre parti del Paese per cercare fortuna. Finito l’oro la popolazione si ridusse drasticamente e il censimento del 1910 contava meno di 700 persone. Se ciò avvenisse anche per il petrolio e il gas estratto dalla roccia, gli Stati Uniti perderebbero una formidabile arma di politica estera e la forte dipendenza del mondo dagli scenari mediorientali non diminuirebbe.

(CorrieredellaSera – 21 settembre 2015)

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