Né profitto né filantropia: il Social Impact Investing

Il perdurare della crisi economica e finanziaria a livello globale ha imposto una nuova consapevolezza: i modelli di sviluppo che hanno prevalso sino ad oggi hanno dimostrato tutto il loro limite. Lo dimostrano l’impoverimento generale, le diseguaglianze sociali, le conseguenti tensioni di ordine pubblico, l’incapacità degli Stati di far fronte ai nuovi bisogni, l’alto livello di inefficienza e corruzione pubblica. È necessario, pertanto, ripensare un modello di sviluppo complessivo, che non consideri più separati, ma interdipendenti, l’ambito sociale, economico e politico.

In altri Paesi, soprattutto in quelli anglosassoni come Gran Bretagna, Usa, Canada e Australia, già da diversi anni è stato elaborato e importato nelle scelte politiche ed economiche il concetto di innovazione sociale, intesa come la capacità di rispondere a bisogni emergenti con nuove forme di azione e relazione. Per quanto la definizione possa sembrare fumosa, indica la nuova logica con cui in quei Paesi sono state avviate politiche di sviluppo che segnano una netta discontinuità con il passato.

Non si tratta di un esercizio teorico, ma di uno strumento concreto per progettare lo sviluppo di un intero Paese: il Social Impact Investing, cioè politiche innovative per almeno due motivi.

  1. Innanzitutto, perché coinvolgono diversi attori, pubblici e privati: non più solo lo Stato, ma anche investitori privati, intermediari finanziari, organizzazioni no-profit.
  2. In secondo luogo, perché consentono di realizzare un doppio obiettivo: un forte impatto sociale e un guadagno economico, in tal modo convenendo al singolo investitore come all’intera comunità. Vi è ormai ampia evidenza, infatti, che la crescita sociale stimola la crescita dell’economia reale.

 

Oggi i tempi sono maturi per questo tipo di approccio in quanto, nel tempo, è venuta meno la contrapposizione tra fare beneficienza e fare profitto. In passato, la separazione social/business ci ha abituato a soggetti benestanti che, da una parte, mirano al profitto senza necessariamente fare attenzione alle modalità con cui esso si genera e, dall’altra, puntano a sentirsi a posto con se stessi facendo beneficienza a ospedali e parrocchie. Oggi, invece, la scarsità di risorse pubbliche sta spingendo verso una mentalità diversa, quella per cui fare filantropia facendo profitto è non solo possibile, ma anche conveniente.

Lo dimostrano gli strumenti concreti che l’innovazione sociale ha consentito già di testare in Paesi come Gran Bretagna e Usa: gli investimenti ad impatto sociale (Social Impact Investing, in breve SII).

Si tratta di un’ampia gamma di investimenti (loan based o equity based) basati sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare, anche in combinazione con i fondi pubblici, impatti sociali positivi e, al tempo stesso, rendimenti economici privati.

Punti salienti degli SII sono: intenzionalità a produrre un impatto e quindi un cambiamento sociale; obiettivi misurabili; orientamento all’outcome (cambiamento percepito nell’intera comunità) anziché all’output (quantità delle prestazioni erogate); rendimento economico per gli investitori.

Contrariamente a quanto si crede, i SII sono strumenti adatti non solo ai mercati emergenti ma anche a quelli maturi, in quanto riescono a coprire il gap tra domanda di welfare e inadeguatezza delle risorse pubbliche. Un gap pericoloso, che interessa i Paesi del G8: nei prossimi dieci anni, infatti, essi dovranno far fronte a un forte fabbisogno di spesa non coperta per il welfare. Gli investimenti a impatto sociale possono diventare l’ambito di raccordo tra il bisogno di servizi incomprimibili, l’inadeguatezza di risorse del pubblico, la ricerca di profitto degli investitori.

È significativo il termine Impact Investing sia stato coniato, nel 2008, da JP Morgan e Rockfeller Foundation: la finanza oggi comincia ad avere interesse anche per il Social Impact principalmente perché riguarda investimenti con alto tasso di decorrelazione (ad esempio, meno soggetti al cosiddetto rischio Paese) e quindi con rendimenti meno immediati e talora – ma non sempre- più bassi di quelli di mercato, ma comunque meno volatili.

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