Spesa pubblica e riforme: una distinzione sbagliata

Crack on a wall

In questi giorni l’attenzione dentro e fuori quest’Aula si è concentrata principalmente su due temi: le riforme e la spesa pubblica. Solo un’insana consuetudine italiana può considerarli separatamente, quando, invece, le intersezioni sono inevitabili e continue: se si vuol fare un po’ di ordine nel dibattito frenetico di queste ore conviene partire da questo primo dato.

È evidente, infatti, che per rimettere i conti in ordine servono non misure ragionieristiche, ma azioni di forte impatto innovativo. Che non vuol dire solo riforme a carattere economico, bensì anche istituzionale e amministrativo. Per rispondere alla battuta del Ministro Madia, la riforma della P.A. c’entra – e molto – con la messa in sicurezza dei nostri conti.

Quest’ultima, del resto, consente nel tempo di liberare risorse per realizzare riforme e, in prospettiva, di innescare quel circolo virtuoso che ancora in Italia si stenta a ravvisare.

Questo non significa che non sia stato fatto nessun passo avanti, ma che non lo hanno fatto tutti quello che dovevano: non solo nella stessa misura ma, talora, nella stessa direzione. E questo è il secondo dato di cui tenere conto.

I dati del Def parlano chiaro: nel 2013 le Amministrazioni centrali hanno aumentato la spesa, oltretutto a fronte di una contrazione delle entrate, mentre gli Enti Locali la diminuivano, incrementando, altresì, le proprie entrate.

 

Tabella 1 – Conti pubblici 2013 per comparti

 

Amministrazioni centrali

Entrate finali                                     411.207                406.880               -4.327                   0,4

Uscite finali netto interessi         368.789                376.556                7.767                     0,8

Saldo primario                  42.418   30.324   -12.094                 -4,8

Amministrazioni locali

Entrate finali                                     232.688                233.495                807                        -1,6

Uscite finali netto interessi         239.722                229.925                -9.797                   -1,0

Saldo primario                                  -7.034                   3.570                     10.604                   -29,1

Enti previdenziali

Entrate finali                                     329.172                327.283                -1.889                   2,1

Uscite finali netto interessi         325.608                326.026                418                        2,5

Saldo primario                                  3.564                     1.257                     -2.307                 -53,8

 

Fonte: Corte dei Conti (Relazione 6/2014) –Def 2014

Ampliando l’orizzonte temporale, si riscontra che una tale virtuosità degli Enti Locali non sembra passeggera: la loro spesa è diminuita costantemente negli ultimi 5 anni, passando da circa 250 miliardi di euro nel 2010 a 232 miliardi nelle previsioni per il 2014, pari a circa il 7% in meno. Rapportando, poi, la spesa degli Enti Locali al Pil, la diminuzione è stata dell’1,5%

  Tabella 2 – Spesa delle amministrazioni locali (comprende Regioni Enti locali e altro)
2010 2011 2012 2013 2014 (*)
Milioni di euro Totale uscite 249.982 239.987 236.296 233.962 232.254
– di cui Totale uscite correnti 214.880 209.557 207.226 206.240 206.985
– di cui Totale uscite in conto capitale 35.102 30.430 29.070 27.722 25.269
in % del Pil Totale uscite 16,1 15,2 15,1 15,0 14,6
– di cui Totale uscite correnti 13,8 13,3 13,2 13,2 13,0
– di cui Totale uscite in conto capitale 2,3 1,9 1,9 1,8 1,6
(*) previsione DEF 2014
Fonte: ISTAT 2014 (2010-2013) e DEF 2014 (2014)

Per quanto si stenti a crederlo alla luce delle notizie che ogni giorno leggiamo, anche il comparto sanità ha fatto la sua parte: la spesa negli ultimi 5 anni è diminuita progressivamente di quasi un miliardo su oltre 112, lo 0,3% come incidenza sulla ricchezza prodotta.

Il dato può sorprendere soprattutto se si considera che la sanità, così come la previdenza, è stata esclusa dall’opera di spending review né rientra nel Patto di Stabilità.

Sorprende ancor più, però, che pur diminuendo la spesa corrente, la sanità abbia aumentato il proprio deficit: oltre 10 miliardi nell’ultimo quinquennio.

Tabella 3 – Spesa corrente per la sanità (conto consolidato della sanità)
2010 2011 2012 2013 2014 (*)
milioni di euro 112.526 111.094 109.611 109.254 111.474
in % del Pil 7,3 7,0 7,0 7,0 7,0
(*) previsione DEF 2014
Fonte: DEF 2014 (2010-2018) e Istat 2013 (1990-2010)

Positivo anche un altro dato, per certi versi inaspettato: dal 2008 al 2013 è proseguita la diminuzione degli occupati nel settore pubblico, secondo le rilevazioni della Ragioneria Generale dello Stato. Solo che poi la Corte dei Conti definisce questi risultati come “l’effetto di misure severe ed eccezionali, non replicabili all’infinito e solo in parte di carattere strutturale.”

Tutto bene, dunque? No, perché i numeri vanno analizzati in profondità.

Il merito della minore spesa complessiva, infatti, sconta la minore diminuzione della spesa corrente (meno del 4%) rispetto a quella per investimenti (quasi il 30%). E questo è il terzo dato su cui riflettere. Così lo presenta la Corte dei Conti nella sua relazione dello scorso giugno:

“Nel 2013, gli obiettivi di finanza pubblica sono stati conseguiti, con un indebitamento rimasto stabile al 3 per cento del Pil in termini nominali e diminuito di sei decimi di punto nella dimensione strutturale. Al risultato si è giunti in virtù di un forte contenimento del disavanzo di conto capitale che, a consuntivo, ha presentato un valore inferiore di quasi 14 miliardi rispetto alle iniziali stime programmatiche. Evoluzioni di segno opposto e di analoghe dimensioni hanno interessato il saldo di parte corrente. A sintesi di questi andamenti, l’avanzo primario è sceso dal 2,5 al 2,2 per cento del Pil.”

Dunque, l’opposto di quello che sarebbe servito se l’obiettivo italiano fosse stato il risanamento strutturale dei propri conti e non il mero aggiustamento contabile per non venire bocciati in Europa.

Continua la Corte: “La contrazione della spesa in conto capitale ha consentito di compensare la caduta del gettito fiscale, diminuito lo scorso anno dello 0,7 per cento” e ha compensato la spesa corrente, che, invece, ha ricominciato a crescere.

In questo modo, gli obiettivi del DEF 2013 sono stati rispettati, ma solo nella forma dei numeri, e non nella loro sostanza. Così commentano preoccupati i magistrati della Corte die Conti: “Permane, tuttavia, la preoccupazione per la flessione della spesa in conto capitale, che continua a garantire il rispetto degli obiettivi di saldo, pregiudicando però, in tal modo, il mantenimento e il rinnovamento del capitale infrastrutturale del paese” e continua: “uno sforzo di contenimento di grande rilievo, anche se del tutto sbilanciato nella sua composizione interna: ad una riduzione del 3,4 per cento delle spese correnti (al netto degli interessi e dei trasferimenti ad enti pubblici) fa, infatti, riscontro la caduta delle spese in conto capitale che ha raggiunto il 26 per cento. La divaricazione tra spese correnti e in conto capitale si amplia nel consuntivo del 2013, che registra il ritorno alla crescita delle prime (+2,0 per cento) e una pesante ulteriore decelerazione delle seconde (-27,3 per cento).”

In sintesi, quello che ci aspettiamo dal Governo, e soprattutto dall’energia che trasmette, è la definizione urgente della sua strategia complessiva. Non più spot slegati tra loro, ma un piano complessivo e coerente su dove portare il Paese. Un piano che non può venire da singole azioni, pure efficaci e necessarie, ma da un progetto complessivo in cui i diversi attori, della cui autorevolezza non si discute, non si facciano dispetti, ma si siedano per capire insieme come raggiungere l’obiettivo che il governo si è dato. Prima, e non dopo, gli annunci.

Speravamo che questo modo di lavorare fosse ormai acquisito, ma i battibecchi tra i singoli protagonisti istituzionali –in primis, Ministeri e Ragioneria Generale dello Stato – fanno pensare che non lo sia affatto. Come in una gara a chi arriva prima davanti ai microfoni dei giornalisti.

Non è tardi per iniziare a invertire la tendenza e dal Ministro del Tesoro, congiuntamente al Presidente del Consiglio, ci aspettiamo di sapere “come”, al di là delle buone intenzioni. Intenzioni che, per altro, non sono affatto nuove, come con insolita ironia spiega ancora la Corte dei Conti:

“Gli obiettivi di razionalizzazione degli enti pubblici statali e di riduzione dei loro costi di funzionamento sono targets ormai ricorrenti da quasi un quindicennio, anche se assumono un rilievo più pronunciato in una fase nella quale il riequilibrio strutturale dei conti pubblici affida un ruolo decisivo all’operazione di spending review.

A partire dal 2001, le leggi finanziarie annuali hanno sistematicamente introdotto disposizioni per il riordino degli enti pubblici e per il conseguimento di risparmi di spesa. Tuttavia, come è stato osservato, tutti gli interventi che si sono susseguiti hanno affrontato il tema degli enti pubblici prevalentemente con un approccio emergenziale di tipo quantitativo, privilegiando la prospettiva di una rapida resa in termini di tagli. E’ mancata, in altri termini, una riflessione ponderata sulle linee strategiche del riordino degli enti, sostenuta da una approfondita ricognizione per settori di intervento, per categorie di soggetti, per profili organizzativi e contabili e, pertanto, in grado di avanzare proposte di razionalizzazione e di assicurare, in modo mirato e non lineare, risparmi effettivi e permanenti di spesa.”

Cosa fare, dunque?

Duole ammetterlo, ma un esempio può essere ancora la Germania. Nel periodo 2002-2012 la quota della spesa pubblica rispetto al PIL è cresciuta in tutti i Paesi (e per la media EU), ad eccezione della Germania. Così illustra il dato la Corte dei Conti: “L’Italia presentava, all’inizio del periodo, una spesa primaria più bassa di quella tedesca (41,5 per cento rispetto a 45,0 per cento). A fine 2012 tale rapporto risultava invertito (45,2 per cento l’Italia, 42,3 per cento la Germania).” Cosa era cambiato? La Germania aveva avviato le riforme, e solo così ha potuto risanare i conti, che così le hanno consentito di ridurre considerevolmente il rapporto tra spesa pubblica e Pil.

In questo modo, quando è scoppiata la crisi economica mondiale, nel 2008, la Germania ha potuto invertire le politiche sulla spesa senza con ciò stravolgere gli equilibri di bilancio.

Quell’esempio non arriva da fuori: è la Corte dei Conti a proporcelo: “All’inizio del decennio scorso la Germania seppe cogliere l’occasione che le era offerta da un periodo di forte espansione dell’economia globale per introdurre radicali riforme del mercato del lavoro e per ridurre in modo sensibile il valore della propria spesa pubblica. In appena un decennio la “grande malata” è tornata ad essere la locomotiva d’Europa”.

Questa è la strada che ci aspettiamo di vedere tracciata anche dall’attuale Esecutivo.

© 2013 Fondazione Etica.
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