Concordia, il silenzio «Costa»

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La vicenda del viaggio finale della Costa Concordia dall’isola del Giglio a Genova era ed è, senza ombra di dubbio, una notizia. Lo è in primo luogo perché ad esso si legano trentadue persone morte in modo insensato. Le sciagure, grandi e piccole, sono un aspetto triste, ma incancellabile della realtà, che hanno quasi sempre origine da fattori imponderabili. Al contrario, la tragedia consumatasi due anni fa a poche decine di metri dall’isola del Giglio non è da ascrivere a condizioni naturali avverse, non fu causata da una orribile fatalità, bensì fu il frutto della superficialità, della incompetenza e della vanità di un comandante che non era all’altezza del suo ruolo. In ogni caso, resta una notizia. Non ci si può, quindi, sorprendere del fatto che la traversata conclusasi positivamente domenica sia stata seguita da milioni di persone e che ad essa i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato un ampio risalto. Guardata nei suoi risultati mediatici, la vicenda induce a riflessioni assai amare sull’uso che se ne è fatto. Si è verificato un totale sovvertimento dei valori. Il naufragio della Concordia è un avvenimento luttuoso e, per le sue dinamiche, andrebbe ricordato per quello che è costato in vite umane e in discredito per il nostro Paese. Tutto il resto è secondario e inessenziale. Si stenta a credere che l’arrivo della nave nel porto di Genova si sia trasformato in una spensierata occasione di esaltazione di possibili opportunità economiche.

La situazione esigeva riserbo e decoro. Da parte di chi ha responsabilità pubbliche sarebbe stato opportuno mantenere il silenzio. Invece, le logiche della politica come spettacolo e ribalta mediatica hanno prevalso. E si è andati, ancora una volta, oltre ogni ragionevole misura. I discorsi e le parole pronunciate nell’occasione dal presidente del Consiglio e dal ministro dell’Ambiente sono stati una malinconica e, insieme, raggelante dimostrazione del limite raggiunto dall’uso sempre più spregiudicato del rapporto tra governanti e opinione pubblica. Tanto il premier quanto il ministro hanno ritenuto utile probabilmente addirittura doveroso essere presenti, dando un’impronta del tutto peculiare alla circostanza.

Entrambi probabilmente inconsci di trasformare un avvenimento che meritava muto rispetto in un’ennesima passerella mediatica. Nella quale – al di là di frasi di circostanza – si sono magnificati vantaggi e opportunità derivanti dal lavoro di rottamazione del mastodontico relitto che, con grande competenza e con ammirevole perizia, è stato portato a galla e condotto alla sua ultima destinazione.

La cifra del rapporto tra notizie e uso che di esse fa il ceto politico è una delle chiavi di lettura maggiormente significative della qualità del governare. Dei suoi fondamenti, prima ancora che dei suoi risultati.

Nel caso specifico i risultati – quali che siano, quale che ne sia lo spessore stanno letteralmente fuori della porta. L’unico elemento che sembra avere rilievo è stato ottenere la ribalta. Come in un teatro che allarghi all’infinito i suoi confini, si cavalca ogni possibile occasione di intervento pubblico, si stimola l’espansione ossessiva di qualunque fatto, il quale viene utilizzato strumentalmente se funzionale all’esigenza di essere perennemente presenti all’opinione pubblica. A qualunque costo. Anche se vengono calpestate le più elementari logiche di buon senso.

Il riserbo appare come una pericolosa omissione, la cautela nel parlare o replicare in maniera fulminea e/o derisoria viene interpretato come sintomo di scarsa capacità, come dimostrazione di mancanza di stoffa. Queste sembrano essere diventate le ineluttabili leggi del dibattito pubblico. Non c’è mai il momento del tacere. In politica il silenzio, evidentemente, costa. Anzi, Costa.

(Articolo pubblicato su L’Eco di Bergamo – martedì 29 luglio 2014)

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