Riforme, il pericoloso gioco delle trattative

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Sulle riforme, ultimamente, sembra che l’attenzione sia tutta sulle alleanze politiche e non, come dovrebbe, sul merito delle riforme stesse.

Va da sé che senza numeri in Parlamento non è possibile varare alcuna riforma, tanto meno quella costituzionale. Ma questo non vuol dire che bisogna approvarne una solo perché ottiene il consenso necessario all’approvazione in aula.

Può sembrare una ovvietà, ma i resoconti quotidiani delle attività parlamentari dimostrano che non lo è. Ogni giorno, infatti, la maggioranza tesse contatti con le singole forze di opposizione – almeno quelle che ancora restano tali – e persino con i singoli parlamentari in ordine sparso: l’intento è quello di verificare i margini di trattativa con ciascuno per ottenere la promessa di anche solo qualche voto in più.

In questa ricerca forsennata della riforma ad ogni costo la priorità sembra essere mettere per primi la bandierina su abolizione del senato e legge elettorale.

Il che non è neppure un’ambizione sbagliata dopo i tanti anni di immobilismo decisionale che hanno bloccato la politica italiana. Tuttavia, a chi ha la responsabilità di Governo si richiede un’ambizione in più: riformare bene. Mettere fine al bicameralismo perfetto non comporta automaticamente e univocamente arrivare a un Senato di cento nominati, così come cambiare la legge elettorale non vuol dire replicare il Porcellum solo con un nome più gradevole come l’Italicum.

La domanda che sembra mancare al battibecco tra partiti è non quale Senato vogliono loro, ma quale serve al Paese. La singola riforma, infatti, va pensata non individualmente, bensì all’interno di progetto istituzionale complessivo. Così come per scegliere un ingranaggio bisogna sapere quale motore si vuole ottenere, con quali prestazioni.

Ha ragione il ministro per le riforme: non si può discutere all’infinito di Senato e di regole elettorali, né è pensabile ripartire ogni volta da zero. Si dovrebbe anche chiedere, però, se in tutto questo correre degli ultimi mesi il Governo non abbia finito per chiudere quella discussione troppo presto. Bene, dunque, il no ai continui rinvii e ricatti politici, purché si abbia anche il coraggio di verificare che non si sia corso un po’ troppo, aprendo le trattative quando ancora l’oggetto da trattare non era pronto.

Il timore, insomma, è che il mero gioco del pallottoliere abbia prevalso sul progetto di innovazione da realizzare. I metodi vecchi difficilmente portano risultati nuovi.

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