Di quale Europa parliamo?

 

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Foto di Tarik Samarah, fotografo e artista che da 5 anni lavora al progetto “Srebrenica-genocide at the heart of Europe”, in Sarajevo (Bosnia)

Alla vigilia delle elezioni europee in Italia neppure si è fatto caso che sono cento anni dall’attentato di Sarajevo che accese la miccia della prima guerra mondiale, né che siamo a vent’anni dal genocidio di Srebrenica, in Bosnia.

Eppure, se non si riparte da lì, l’Europa rischia seriamente di diventare sempre di più un gigante dai piedi di argilla.

Continuiamo a parlare di Unione mentre al suo interno covano tensioni mai sopite. Ci siamo dimenticati tutti dello sbriciolamento della ex-Jugoslavia, della guerra civile, ma in quella terra a poche ore di auto dall’Italia la pace suona come una parola sinistra. La guerra non ha lasciato solo macerie, ma ferite interiori che non riescono a rimarginarsi: difficile, quando tornare a casa significa trovarsi nel portone accanto chi ha ucciso tuo figlio, o quando ancora aspetti che possano essere ricomposte le ossa di tuo marito sparpagliate nelle fosse comuni dai serbi in fuga.

Interrotta la guerra, sono cessate le morti, ma la coesione è rimasta lontana, non fosse altro che per una miseria che affama i più, complici una disoccupazione altissima e una corruzione diffusa.

La “civile” Ue sembra non ricordarsi più di quelle terre che, pure, geograficamente contiene, limitandosi a respingere burocraticamente la loro richiesta di ammissione. Ma non è la stessa Europa che ogni anno ricorda lo sterminio degli ebrei per mano del nazismo? Certo, allora il numero dei morti fu incommensurabilmente superiore a quello di vent’anni fa, ma in entrambi i casi si venne uccisi solo a causa del proprio nome.

Perché, allora, questa cecità collettiva? Perché rimuovere dalla memoria collettiva questo massacro più recente avvenuto nel cuore dell’Europa? Perché non parlarne nelle scuole e sui media?

Se si sapesse, ad esempio, che agli alunni di Srebenica non viene fatta studiare la guerra civile, si capirebbe che l’Europa non è poi così al sicuro, avendo al suo interno una polveriera incustodita, cui, anzi, rischia di aggiungersi quella ucraina.

Questo è il punto che avrebbe dovuto essere al centro delle campagna per le elezioni europee in tutti gli Stati membri, invece dello schiamazzo inconcludente sull’euro si/euro no: che di tipo di pace è in grado di garantire l’Unione ai suoi membri, che tipo di coesione e benessere?

Sarebbe ora che i funzionari di Bruxelles smettessero i panni dei ragionieri per indossare quelli della consapevolezza e della responsabilità.

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