Dal coraggio della rottura alla fatica della ricostruzione

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Davvero gli italiani sono ridotti a dover scegliere tra una demagogia e l’altra? Davvero per vincere elettoralmente bisogna scendere a un certo livello di demagogia?  Lo si comprende  in Grillo, che non ha mai fatto mistero del proprio populismo e che non può non ricorrervi  non avendo un partito alle spalle, né l’aspirazione di crearlo. Non è accettabile, invece, in chi dice di credere nella buona politica e nei partiti come strumento di democrazia: sono affermazioni importanti e, se in questo Paese, le parole hanno ancora un valore, è arrivato il momento di chiederne conto. Non è forse questo il significato di accountability?

Una battaglia ha riguardato il finanziamento pubblico dei partiti: come si giustifica aver parlato di abolizione, quando é stato mantenuto quello, cospicuo, ai gruppi parlamentari, oltre a quello indiretto del mancato introito fiscale? E come si possono citare ad esempio le democrazie europee, quando in tutte esiste una qualche forma di finanziamento pubblico, raccomandato, anzi, dal Consiglio d’Europa come strumento di lotta alla corruzione? D’altro canto, perché tanta omertà sul permanere delle opacità sui finanziamenti privati, sulla mancanza di democrazia interna e sull’abuso del potere di nomina? È comprensibile che per acquisire visibilità sia stato coperto tutto con uno slogan, ma dopo perché continuare su quella strada, ad esempio, con la presunta abolizione delle provincie, che abolite non sono? E perché sbandierare la vendita delle auto blu, quando si tratta di una piccolissima percentuale sul totale di circa sessantamila? Per non parlare del Senato, che non viene abolito ma tagliato a colpi di accetta senza il risparmio e l’efficienza che l’operazione, invece, potrebbe portare.

Che qualche semplificazione debba essere fatta, ogni tanto, per farsi capire meglio e fare colpo sull’opinione pubblica va bene, ma che diventi una continua scorciatoia non può essere accettato in chi ha sempre dichiarato battaglia a ogni forma di populismo.

C’è chi dice che la nuova era politica è solo l’inizio e che è pur sempre meglio di quanto fatto in passato. È vero, ma ora si riponga il marketing elettorale, pure utile in certe fasi, e si viri sulla sostanza delle questioni, andando in profondità. Questo significa, ad esempio, trovare il coraggio di ammettere che non serve  tanto abolire le Provincie o, come va di moda adesso, le Regioni, quanto mettere mano ad una completa revisione del titolo V della Costituzione. E questo non può essere improvvisato: comporta ridisegnare l’impalcatura delle autonomie e ripensare la distribuzione delle funzioni. I colpi di accetta fanno molto rumore, portando sicuramente voti, ma poi si tratta di ricostruire dalle macerie create. E per quello non basta né il coraggio né la velocità, ma la fatica della costruzione solida e duratura.

Il motore del Governo è stato messo in moto: dopo lo scoppiettio di avvio, ora vada nella giusta direzione.

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