La sfilata dell’ipocrisia

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La si pensi come si vuole sull’ultima direzione del Pd, ma un dato è incontestabile: ad aver cacciato Letta non è stato Renzi, ma i suoi “amici”. Quelli che hanno fatto la fila, la scorsa primavera, per accreditarsi la benevolenza del premier appena incaricato, possibilmente rimediando qualche strapuntino: fatti salvi i lettiani d’hoc, si sono accodati i bersaniani rimasti orfani del loro segretario, dimissionario, e gli alleati per convenienza, quelli che stanno sempre col vincitore, da Veltroni a Bersani a Letta. In pochi giorni, tutti spariti.

I più cinici commentano che non c’è da scandalizzarsi, perché in politica funziona così. Ma non è vero. Funziona così quando si arriva a barattare la propria dignità personale, prima ancora che politica. Pare che nel Pd sia successo a molti, in questi giorni.

Almeno, però, la sfilata dell’ipocrisia potevano risparmiarcela. Avrebbero potuto restare seduti e limitarsi a votare a favore del nuovo “verso” democratico, senza intervenire. Invece, hanno avuto anche la spregiudicatezza di far passare come ineluttabile il loro voltafaccia: “Caro Enrico, ci dispiace, ma ora il Paese ha bisogno di altro”.

Ma come, fino a ieri andava bene Letta e ora non più? Non eravate al Governo con lui o in ruoli di primo piano a Montecitorio? Voi cosa avete fatto per il Paese? Se Letta non va più bene, allora si cambia tutta la squadra e via anche voi: via i ministri e i sottosegretari, via i capigruppo, via gli incaricati a vario titolo, troppi dei quali abbiamo sentito prendere disinvoltamente le distanze dal premier in diretta streaming. Non solo gli Speranza, gli Zanda, le Bini, ma persino un Fassina, che prima si dimette per una battuta inopportuna del suo segretario – perché il rispetto è anche nella forma – e poi rinnega Letta in una forma che di rispetto ha ben poco.

Dovremmo tutti far finta di credere che Letta se ne deve andare ma loro no? Non ci crediamo, ma loro restano lo stesso. Si sono cambiati in fretta il vestito e sono pronti per il nuovo banchetto.

Peccato soltanto che a guastarlo è arrivato quel fastidioso (per loro) di Civati, che ha rotto il coro uniforme degli allineati, non fosse altro che per ricordare loro cosa avevano detto- proprio loro, proprio lì- solo qualche giorno prima.

Renzi, come i renziani, in tutto questo c’entra molto poco: ha solo avuto l’intuito di capire di che pasta sono fatti i dirigenti del suo partito. I più.

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