Deterioramento del credito: la bad bank è la risposta?

Photoxpress_8880866 (2)

L’ultimo rapporto del CER affronta il tema del credit crunch e del deterioramento del credito in questi termini:


É ora di affrontare di petto il problema del credit crunch, che rallenta i tempi della ripresa economica. Per questo, è necessario trovare una soluzione “collettiva” che riduca il peso dei crediti deteriorati sui bilanci bancari, anche sull’esempio di quanti fatto da altri paesi europei. Le iniziative prese individualmente dai singoli istituti bancari non hanno infatti la necessaria portata sistemica.


Leggi il rapporto e guarda i grafici

Il dibattito economico ha recentemente acceso la sua attenzione sul tema dell’incidenza dei crediti patologici nei bilanci bancari italiani e sulle possibili soluzioni individuali e/o di sistema. Determinante sembra essere stata la pressione derivante dall’Asset Quality Review e dagli stress test in corso di svolgimento da parte dell’Autorità Bancaria Europea (EBA) e della BCE, che dovrebbero offrire un quadro preciso sullo stato di salute dei principali 130 gruppi bancari europei entro l’autunno dell’anno in corso.

La questione dei crediti bancari in stato di insolvenza è stata oggetto di approfondimento nel nostro Rapporto Banche 1/2013, dove abbiamo posto in evidenza come i crediti dubbi avessero già un anno fa un’influenza particolarmente negativa sulle politiche attuate dagli istituti di credito in termini di erogazione dei finanziamenti, sulle scelte in termini di patrimonializzazione, sulle capacità reddituali e sulle politiche di accantonamento. Nel frattempo la qualità del credito è ulteriormente peggiorata: le sofferenze, cioè i crediti in uno stato di insolvenza grave, hanno superato i 150 miliardi di euro nel dicembre 2013, crescendo di quasi il 25 per cento su base annua (grafico 1). Particolarmente negativa è la dinamica per il comparto delle imprese: la crescita annua delle sofferenze è stata a dicembre pari al 29,8 per cento per le imprese non finanziarie, con una crescita trimestrale annualizzata addirittura del 37 per cento negli ultimi tre mesi del 2013. Migliore su base annua la situazione delle sofferenze delle famiglie consumatrici, +13,5 per cento, ma anche in questo caso la variazione trimestrale è superiore al dato annuale (+16,5 per cento). Nel corso del 2013 le sofferenze delle famiglie sono cresciute di 3,8 miliardi (+13,5 per cento), le sofferenze delle imprese di 24,8 miliardi (+29,8 per cento) e le sofferenze totali sono cresciute di 30,8 miliardi (+24,7 per cento).

Il Governatore Ignazio Visco, nel suo intervento dell’8 febbraio al 20° Congresso Assiom-Forex, ha ricordato che “il rapporto tra i crediti in sofferenza e il totale dei prestiti ha raggiunto il 9,1 per cento lo scorso dicembre, quasi 7 punti percentuali in più rispetto alla fine del 2008. Per i prestiti alle imprese, il rapporto è passato dal 3 al 13 per cento” aggiungendo che “Le necessarie rettifiche a fronte del deterioramento della qualità dei prestiti incidono sulla profittabilità delle banche; nei primi nove mesi del 2013 hanno assorbito tre quarti della redditività operativa”.

Diviene,  quindi,  fondamentale  attivare  strumenti  che  riducano  il  peso  di queste poste nei bilanci bancari. Per “ripulire” i bilanci dalle sofferenze si possono  seguire  diversi  meccanismi,  alcuni  dei  quali  già  descritti  (ed auspicati) nel Rapporto Banche 1/2013:

1)   Bad bank. Questa soluzione può essere articolata in due diverse accezioni:

  1. Con supporto pubblico. L’esempio è offerto da quanto implementato in Spagna già a partire dalla seconda metà del 2012. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo incaricato di acquistare dalle banche, e successivamente gestire in modo professionale, i crediti in stato di insolvenza. Dato lo stato di difficoltà dei conti pubblici dei paesi del Sud d’Europa, i capitali pubblici sono reperiti attraverso un programma europeo di aiuti, cosiddetto “leggero”, che implica il finanziamento da parte del Fondo Salva Stati (ESM)1 vincolato al rispetto di alcuni impegni che il governo nazionale avrà sottoscritto;
  2. Con soli capitali privati. In tal caso ogni singola banca può costituire una società veicolo a cui affidare la gestione dei crediti in stato di insolvenza, o in alternativa può essere costituito un fondo incaricato di acquistare crediti dubbi da più banche (consorzio di banche). Quest’ultimo meccanismo è in corso di sviluppo da parte di Mediobanca.

Sia nella soluzione con capitale pubblico, sia in quella con soli capitali privati di natura consortile, la banca che cede i crediti ottiene in cambio quote di partecipazione al fondo. In tal modo il rischio di credito sotteso non viene completamente eliminato dai bilanci.

2)   Cartolarizzazione. Con tale procedura una banca raggruppa una parte del suo portafoglio crediti in sofferenza e lo trasforma in un titolo finanziario che successivamente cede a società specializzate nel recupero crediti. In tal modo la banca elimina completamente il rischio di credito sotteso nei finanziamenti cartolarizzati, ottenendo un’entrata finanziaria immediata. In cambio, però, deve accettare un’importante riduzione del valore nominale del credito vantato. Recentemente si sono mosse in questa direzione  alcuni  importanti  istituti  bancari  italiani,  come  Unicredit  e Intesa-SanPaolo.

1 Nel caso spagnolo il prestito è ammontato a 40 miliardi di euro.

3)   Intervento della BCE/BEI. Con questo meccanismo la BCE, e/o la Banca Europea degli Investimenti, sono incaricate di acquisire dalle banche i crediti in sofferenza precedentemente cartolarizzati. Tema centrale di questa soluzione è stabilire il prezzo di trasferimento: un prezzo alto favorirebbe le banche che si sono assunte livelli più elevati di rischio di credito, determinando quindi problemi di azzardo morale e l’accesa opposizione dei paesi del Nord Europa; un prezzo basso renderebbe l’operazione        troppo onerosa, portandola alla stregua delle cartolarizzazioni attraverso il normale canale di mercato.

In definitiva, ognuna delle soluzioni descritte presenta dei pro e dei contro. É però importante che una di queste strade venga seguita, senza ulteriori rinvii, dato il costo macroeconomico determinato dalla permanenza dei crediti dubbi nei bilanci bancari. Finora, gli istituti di credito bancari hanno infatti preferito una soluzione meno radicale, avviando un processo di graduale deleveraging, volto a ridurre il peso sui bilanci dei prestiti a famiglie e imprese. Così facendo hanno però determinando il verificarsi di una restrizione creditizia (credit  crunch) che  ha  ulteriormente aggravato  la  situazione finanziaria della propria clientela, peggiorando il non facile contesto economico e anche la stessa dinamica delle sofferenze.

Il caso spagnolo, con la bad bank Sareb, se da un lato non è stato sufficiente ad evitare una rilevante caduta del credito, che però rispetto all’Italia risente molto di più della minore domanda, dall’altro ha permesso alle banche spagnole in difficoltà di rimettersi in carreggiata, avendo in tal modo le risorse per finanziare l’economia, nel momento in cui le  prospettive dovessero volgere definitivamente in positivo. Un esempio della migliore intonazione della banche spagnole è offerto dai recenti dati sulle emissioni obbligazionarie, che vedono i primari istituti spagnoli indebitarsi a tassi inferiori rispetto ai competitors italiani (il Santander ha recentemente emesso un’obbligazione biennale con un rendimento dell’1,5 per cento, mentre il bond quinquennale di BBVA si è attestato al 2,3 per cento. Intesa-SanPaolo ha invece emesso un’obbligazione bancaria con scadenza triennale al 2,4 per cento, mentre per Unicredit il rendimento del suo bond a sette anni si è attestato al 3,3 per cento).

 

© 2013 Fondazione Etica.
Top