Quel silenzio sospetto su Banca d’Italia

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Stupisce il silenzio della politica sulla questione Banca d’Italia e del decreto che sta per modificarne l’assetto proprietario. I giornali ne hanno parlato poco e poco approfonditamente, come se si trattasse di una questione meramente tecnica. Forse è anche per questo che sul web si è scatenato un coro di critiche allarmanti.

La norma che riguarda Bankit è stata inserita nel decreto legge sull’Imu e lo scorso 9 gennaio ne è stata approvata la conversione in legge al Senato. Non si spiega la scelta di inserirlo in un decreto legge, che per sua natura presuppone motivi di urgenza, tanto più che la Bce nei mesi scorsi si era lamentata della frettolosità della decisione italiana. Non sarebbe il caso che almeno il Governo spiegasse con chiarezza e trasparenza quali sono le finalità di una rivalutazione delle quote di partecipazione al capitale della nostra banca centrale, portato di colpo a 7,5 miliardi di euro?

Si dice che è una mossa all’insegna della modernità, ma trasformare una banca centrale in una public company non risulta essere accaduto nei principali Paesi europei. A parte la Grecia, che è meglio non citare.  Di sicuro, una scelta di questa portata merita un dibattito politico ampio, se non più almeno quanto quello sulle riforme costituzionali. Anche perché comporta un esborso da parte di Bankit potenzialmente oneroso, dato che essa viene autorizzata ad acquistare le proprie quote presso quegli azionisti che detengano partecipazioni superiori a un certo limite.

Senza entrare qui nel dettaglio, ciò che sicuramente emerge dalle scarne descrizioni circolate è che della norma in corso di approvazione beneficeranno le banche, perché si ritroveranno in pancia quote rivalutate potendo al contempo ricevere denaro per la percentuale in eccesso rispetto a quella stabilita per le quote in mano a un singolo azionista.

È evidente che di questi tempi i politici non amano far sapere troppo i favori che continuano a elargire alle banche, soprattutto quando questo viene fatto a carico di un bene pubblico, e viene il dubbio che anche certi media, tra i cui azionisti ci sono proprio le banche, abbiano preferito riempire, non a caso, le pagine di norme e tecnicismi elettorali anziché di un decreto che merita tutt’altra attenzione.

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