Legge elettorale, chi ha il coraggio della verità?

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Piano politico e piano tecnico

Dopo il coro di critiche sulla proposta di riforma elettorale Renzi-Berlusconi, qualcuno ha pensato di chiedere il parere degli Italiani. Il risultato è stato significativo: nonostante la contrarietà alle liste bloccate, più della metà degli intervistati si è dichiarato a favore della riforma in discussione. È un dato che dà la misura dell’insofferenza degli elettori verso la politica dei continui rinvii.

Allora, fa bene Renzi a proseguire nella posizione del “prendere o lasciare”, con sprezzo delle proteste dei partiti minori, oltre che della minoranza del suo partito? Fa sicuramente bene ad andare avanti, ma non a difendere a qualunque costo una riforma che fa acqua da diverse parti. Se stavolta si vuole fare sul serio e dire come stanno veramente le cose, bisogna che i politici la smettano con gli slogan e le semplificazioni e che anche i cittadini facciano la loro parte, armandosi di un po’ di pazienza per entrare nel merito delle questioni. Che sono da distinguere in due piani: quello politico e quello tecnico.

Dal punto di vista politico, Renzi ha fatto benissimo a mettere sul piatto una proposta di riforma, non una qualsiasi, ma realisticamente quella che può avere l’ok dall’unico partito disponibile a farla passare dalla strettoia parlamentare. Che, poi, questo partito si chiami Forza Italia e che sia guidato da Berlusconi non può essere usato strumentalmente per sminuire l’accordo: piaccia o no, in democrazia chi ha i voti ha diritto di sedersi al tavolo delle trattative. Nessun partito può scegliersi gli interlocutori, se non quelli indicati dai cittadini liberamente con il voto.

D’altro canto, questo non significa che Renzi debba accettare qualsiasi diktat venga da Berlusconi: resta valido il principio che qualunque riforma non è migliore di nessuna riforma. Anche perché – non scordiamolo – la legge elettorale nel frattempo è cambiata e a cambiarla è stata la Corte Costituzionale. Le regole uscite dal suo intervento censore non sono certo le migliori possibili: l’impianto puramente proporzionale che ne deriva condannerebbe il Parlamento all’incapacità di esprimere Governi omogenei. Tuttavia, se l’esigenza era quella di non tornare a votare con il Porcellum, non c’è bisogno di faticare oltre: l’obiettivo è stato raggiunto, per quanto per via extra-parlamentare. Questo spunta un po’ le armi alla battaglia di Renzi: se, da un lato può, a ragione, respingere le critiche di decisionismo da parte di chi, in questi mesi, poteva fare e non ha fatto, dall’altro, portando a casa un risultato qualunque esso sia non fa quello che serve all’Italia.

Perché?  Per rispondere bisogna entrare in un piano più tecnico, ma non per questo da addetti ai lavori. Sbagliano i cittadini che su questo alzano le spalle disinteressandosene: è lì che si nasconde la sostanza di una legge elettorale. Vediamo i punti principali.

Liste bloccate e preferenze

Innanzitutto, le preferenze: questo è un falso problema, almeno nei termini in cui viene presentato da taluni sulla stampa. Agli elettori preme semplicemente poter scegliere il proprio rappresentante in Parlamento: che questo avvenga tramite collegi uninominali  o preferenze o primarie non fa molta differenza. Siamo onesti: se anche venissero ripristinati i collegi uninominali, non è vero che i partiti sarebbero costretti a schierare i loro esponenti migliori e più legati al territorio. Quante volte, infatti, gli elettori si sono ritrovati a dover votare un nome calato dall’alto, estraneo al collegio, solo perché la segreteria di partito aveva dato ordine di piazzarlo in uno sicuro?

Questo dà ragione a chi sostiene le preferenze? Solo in minima parte. Sappiamo, infatti, che il sistema delle preferenze premia chi ha molti soldi da spendere in campagna elettorale o chi ha già un ruolo nel partito o nelle istituzioni tale da avergli conferito visibilità. Il giovane competente ma sconosciuto potrà anche venire candidato, ma le sue possibilità di prevalere su un compagno di lista che ha già fatto politica sono molto basse. Le eccezioni naturalmente ci sono, ma per decidere una riforma elettorale bisogna ragionare sulla regola e non sull’eccezione possibile.

Da questo punto di vista, la soluzione “Renzusconi” potrebbe sembrare la migliore: lista corta, con candidati riconoscibili, abbinata a primarie per consentire ai cittadini di scegliere chi candidare e in quale ordine di lista (che non può restare discrezionale, come è successo alle politiche 2013 con Pd e Sel). Resterebbe, semmai, un dubbio: chi sceglie i candidati alle primarie e con quale regole? L’esperienza di questi anni mostra che lasciare tutto alla discrezionalità delle segreterie è rischioso.

Ma, allora, comunque la si giri, non c’è soluzione? È proprio così. Non si può chiedere alla legge elettorale di fare un lavoro che non è il suo. Le regole sono fondamentali per incanalare la rappresentanza, ma è sbagliato pensare che possano supplire alle negligenze dei partiti. Sono loro ad avere il dovere di selezionare bene la propria classe dirigente: senza questo presupposto ogni legge elettorale, che è solo uno strumento, è destinata a fallire.

La conclusione sul nodo preferenze, dunque, è che esse non vanno né esaltate né demonizzate. Esattamente come le liste bloccate, che esistono in Germania, senza che nessuno si scandalizzi: solo che qui liste bloccate e preferenze coesistono e questo potrebbe essere un esempio da seguire anche in Italia, per mettere a tacere i sostenitori contrapposti delle une e delle altre.

Premio di maggioranza: partito o coalizione?

Secondo punto: il premio di maggioranza. È indubbio che quello proposto è ancora troppo alto. Ma è importante chiarirsi sulla premessa: alto rispetto a cosa? Se la priorità è che dalle elezioni esca una maggioranza netta, allora il premio proposto è ragionevole; non lo è, invece, se si vuole salvaguardare la rappresentanza, che non è cosa da poco.

Il sistema politico italiano è ormai tripolare, nonostante che i sondaggi registrino la forte preferenza degli Italiani per uno bipolare. È la politica che non ha saputo canalizzare le intenzioni di voto in due grandi partiti ed è questo che ha causato il successo del Movimento 5 Stelle: Grillo ha avuto e continua ad avere consensi non perché gli elettori desiderano un terzo polo, ma perché trovano in lui un modo meno passivo dell’astensione per punire i due partiti maggiori. Quindi, anche qui, non è la legge elettorale che potrà far tornare bipolare la competizione politica, ma una classe politica che dall’una come dall’altra parte faccia quello che dice. Grillo sparirebbe il giorno dopo e con lui i tentativi velleitari dei terzisti di turno, rivelatisi tutti, nei fatti, piccole operazioni di cabotaggio di questo o quell’aspirante leader.

Se così è, allora il problema non è stabilire se la percentuale deve essere del 35 o del 40 per cento, ma se a doverla raggiungere sia il singolo partito o una coalizione. È vero, infatti, che in Francia, in Gran Bretagna o in Germania, i governi nascono da vittorie percentualmente talora modeste, spesso al di sotto di quel 35% da noi in discussione, ma è vero anche che lì a correre non è la coalizione, ma il partito. È evidente che il 35% è una soglia tutt’altro che bassa se la competizione politica al primo turno è riservata ai partiti, e non a liste di coalizione. Questa è una scelta coraggiosa che neppure il “Renzusconi” ha avuto, forse nel timore che quella soglia potesse diventare alla portata anche dei  5 Stelle: consentire le coalizioni, significa penalizzare questi ultimi nella competizione, dal momento che non sono disponibili ad allearsi con nessuno. Pd e Forza Italia, invece, per aggiudicarsi il premio già al primo turno cercheranno di allearsi con altre forze politiche e poi ne pagheranno il conto una volta al Governo.

Vincere le elezioni, infatti, non significa automaticamente poter governare: abbiamo una lunga esperienza di governi immobilizzati dai veti incrociati dei partiti minori e che da domani sia possibile farlo solo con i partiti che raggiungano il 5% è un passo avanti, ma non ancora soddisfacente. I micro-partiti si coalizzeranno per raggiungere quella soglia e contrattare con Pd e Pdl la propria dote di voti.

La strada del coraggio è stata intrapresa, ma non la si lasci su un punto cruciale come questo: una soluzione (non l’unica, peraltro) potrebbe essere che al primo turno possano concorrere solo i partiti e se nessuno raggiunge la soglia del 35% al secondo turno vengono consentite alleanze sui programmi. Questo comporta sicuramente che il potere di ricatto dei mini-partiti venga spostato dal primo al secondo turno, ma con un vantaggio non indifferente: i partiti maggiori –attualmente tre – potrebbero giocarsi la chance di vincere al primo turno, mentre i rischi connessi al secondo turno di coalizione potrebbero essere attenutati da correzioni tecniche.

È chiaro che una norma del genere scatenerebbe la protesta dei vari Ncd, Lega, Sel, Sc, etc…, ma se la loro giustificazione, in principio corretta, è che non può essere sacrificata la rappresentanza politica, basterebbe prevedere la possibilità di aggiudicarsi seggi al primo turno anche per i partiti minori: anche qui gli accorgimenti tecnici sono molteplici (un esempio per tutti è prevedere una percentuale di seggi riservata). Non si tratterebbe di un “contentino”, che condanna i piccoli partiti alla ininfluenza, ma di una opportunità che starebbe poi ai singoli partitini far valere politicamente. In altre parole, non può essere neppure in questo caso la legge elettorale a sanare i problemi del sistema politico, che è di rappresentatività più che di rappresentanza: se gli elettori si fossero sentiti rappresentati dai vari Diliberto, Ferrero, Storace e Pecoraro Scanio, non avrebbero certo sentito il bisogno di votare Grillo.

Soglia di sbarramento

Il terzo punto in discussione della proposta elettorale si risolve da solo: affrontando correttamente gli altri due punti (liste bloccate o preferenze, premio di maggioranza a partiti o coalizioni) la soglia di sbarramento diventa meno rilevante: non è un caso, infatti, che in altre democrazie funzionanti sia previsto il 5% (Germania) e in altre il 3% (Spagna): si può salvaguardare la rappresentanza e al contempo la governabilità non con il braccio di ferro sulle percentuali di accesso, ma facendo tornare il partito – non la coalizione – al centro del sistema elettorale.

Tra l’altro, si eviterebbe che i partitini che non raggiungano la soglia facciano, di fatto, i portatori di voti all’interno della coalizione a favore del partito maggiore: la loro percentuale sarebbe chiara al primo turno e spendibile solo all’eventuale secondo turno con accordi trasparenti.

In conclusione, è presumibile che Renzi tutto questo lo sappia e che, tuttavia, abbia dovuto accettare compromessi per portare a casa almeno un risultato: avere una bozza con cui sparigliare le carte di chi gioca all’immobilismo. È sterile l’accusa di avere riabilitato Berlusconi, che può essere ridimensionato solo con la battaglia politica. Renzi, però, deve stare attento: non gli conviene giocare troppo al ribasso pur di arrivare al traguardo, perché potrebbe crescere il sospetto che non voler mandare all’aria l’accordo con Berlusconi sia solo una scusa per far digerire le liste bloccate che, di fatto, fanno comodo anche a lui per occupare un partito che nelle burocrazie centrali e periferiche gli è ancora ostile. Dunque, bene l’inizio, ma ora avanti tutta con più coraggio.

pubblicato su Europaquotidiano.it il 27/1/2014

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