Non un mito, ma un modello

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Nell’estate del 1990 Nelson Mandela arrivò a New York e tenne un discorso in una Central Park gremita. Ebbi la fortuna di esserne una testimone.

Mandela era già un mito: non per quello che aveva detto né per quello che fece poi come uomo politico, ma semplicemente per aver pagato con ventisette anni della propria vita le idee in cui aveva detto di credere. Qui sta la straordinarietà dell’uomo, il suo coraggio. È la sua storia a dimostrare la sua credibilità. Ed è per la sua storia che la gente si è fidata di lui negli anni a seguire.

Non che a noi, in Italia, l’esempio di Mandela di abbia colpito molto. ‘E un esempio che in questi anni abbiamo sentito rispolverare per qualche occasione pubblica, ma senza che sia in qualche modo diventato un modello da seguire per le nostre classi dirigenti.

Eppure, non si trattava, come per lui, di spaccare pietre nei penitenziari per quasi trent’anni, ma di imitarlo, almeno vagamente, nel coraggio delle scelte. Scelte pubbliche che acquisiscono valore quando comportano scelte anche personali difficili, che nulla hanno a che vedere con i salotti di Cernobbio o delle prime alla Scala. Scelte solitarie e di solitudine, che non pare vadano di moda oggi in primis tra chi dovrebbe concepire il potere come un servizio e ne fa invece un privilegio personale.

Per questo oggi stonano le tante dichiarazioni pubbliche su Mandela, le sue frasi ricordate come i foglietti dei baci perugini. Meglio sarebbe un po’ di silenzio per riflettere e imparare, così da cominciare, domattina, a ricordare Mandela nell’unico modo degno del suo valore: un modo nuovo di pensare e gestire la comunità e la vita pubblica.

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