L’Italia che non vuole stare indietro

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Che in Italia lo sviluppo sia frenato è ormai chiaro a tutti. Quali sono le cause? Renato Mannhaimer ha recentemente pubblicato i risultati di un’inchiesta che, indagando i principali freni dell’economia italiana, fornisce una risposta chiara: in cima alla lista c’è la bassa qualità della classe politica italiana.

Un’altra fonte pare confermare quella interpretazione: il rapporto “Doing Business 2014”, prodotto dalla Banca Mondiale, in cui sono esposti i risultati di un’analisi, svolta annualmente, il cui obiettivo è redigere una classifica dei Paesi (sono 189 quelli presi in considerazioni) in base al grado di facilità con cui si può avviare e gestire un’attività locale di dimensioni medio-piccole. Tramite una valutazione prevalente dell’impianto normativo con cui un’impresa ha a che fare nei vari Paesi, vengono esplorate undici aree d’indagine, concernenti le fasi del ciclo di vita dell’impresa (l’avvio, la richiesta delle concessioni edilizie, l’accesso alle fonti energetiche, il ricorso alle corti di giustizia per le controversie, ecc.). Assegnando un voto che sintetizza il giudizio sulle singole aree d’indagine, la classifica che ne consegue vede il nostro Paese al 65° posto su un totale di 189 paesi, un dato non certo incoraggiante.

Come appare l’Italia in un contesto a noi più vicino, l’Unione Europea? Contro una media pari a 29 per l’Europa, l’Italia è al 65° posto.

Le aree che evidenziano il posizionamento peggiore del nostro Paese sono, nell’ordine:

  • carico fiscale: 138° posto
  • permessi di costruzione: 112°
  • accesso al credito: 109°
  • sistema giudiziario a supporto delle dispute commerciali: 103°
  • avviamento dell’attività imprenditoriale: 90° posto
  • fonti di energia: 89°

Al di là dei singoli risultati, quello che emerge è che in Italia l’attività d’impresa è di fatto ostacolata. Questo significa compromettere il futuro di un Paese, specialmente quando, come l’Italia, ha sperimentato una costante riduzione della ricchezza: PIL pro-capite in calo dai primi anni ’90, progressiva riduzione del valore aggiunto dell’industria, conseguente freno all’occupazione sino all’allarmante aumento della disoccupazione nel 2013 e che non farà retromarcia nemmeno nel 2014.

Un Paese dove è difficile fare impresa è un Paese in cui i capitali non hanno convenienza ad investire. Che significa anche, in prospettiva, meno posti di lavoro e quindi condizioni peggiori di vita. Non è possibile di parlare di una “ripresa” sostenibile (economicamente e socialmente) senza un “dignitoso” livello di occupazione.

Tornando alla diagnosi rappresentata da Mahnnaimer, un prospero settore imprenditoriale privato contribuisce a rendere prospera una società e , in questo, i governi giocano un ruolo fondamentale. Ma ci sono altri attori responsabili. Ernesto Galli della Loggia in un recente editoriale sul Corriere della Sera ha scritto che “della situazione drammatica in cui si trova l’Italia è colpa nostra, è colpa di tutti, sia pure, come si capisce, in grado di diverso”. Una diagnosi spinta all’eccesso. È indubbio che la responsabilità principale è della politica, incapace da tempo di esprimere progetti, tesa a fornire risposte di convenienza e di breve periodo. Tuttavia, neppure la borghesia  può dirsi senza macchia.

Vale ricordare, a questo proposito, che anche in Germania esiste un problema di concentrazione della ricchezza, come in Italia: anche in quel Paese le principali industrie sono controllate da famiglie. Eppure, il salario medio pro-capite è superiore in Germania: la Bundesbank ha stimato il divario del reddito netto medio per famiglia in circa il 26% a sfavore del nostro Paese. Inoltre, in Germania lavora molta più gente: il tasso di disoccupazione è basso, lavorano molti più giovani e più donne.

Forse, allora, la responsabilità della borghesia italiana è di non aver saputo gestire l’economia anche al fine di un benessere diffuso. Oltre a non aver saputo (o voluto) esprimere una classe dirigente politica adeguata, nei fatti favorendo la conservazione dello status quo.

Il 2014 è alle porte e urge una reazione forte alle debolezze del passato, alle mancanze sia della classe politica che di certi strati sociali. Come? La rabbia dei cittadini è evidente, ma tutto si esaurisce nella protesta, quando non nel vandalismo di alcuni, mentre il Paese nel suo insieme pare assistere rassegnato, quasi inerte davanti ad una sorta di fatalismo.

Una risposta può venire dal “civismo associativo”, come strumento in grado di coagulare le energie sociali positive. Un civismo che si basi sul concetto di fare rete, che non sfoci nell’antipolitica, ma anzi sappia applicare le regole della buona politica, quella finalizzata al bene comune. Un civismo che raccolga le persone sapendo esprimere una classe dirigente nuova e che costruisca un progetto di ripresa, prima, e di crescita sostenibile poi. Ognuno potrebbe decidere di avvicinarsi a questa rete, la più vicina, con la volontà di farla dialogare con altre reti civiche. Sarà poco, forse, ma potrebbe essere l’inizio di un’inversione di tendenza: ci proviamo?

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