Abbiamo bisogno del “sindaco d’Italia”?

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Il “sindaco d’Italia” è indubbiamente una formula suggestiva, ma decisamente fuorviante e demagogica. Stupisce che ad usarla sia il sindaco di Firenze, che della demagogia si dichiara strenuo oppositore.

La legge elettorale in vigore per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale può piacere o meno, ma funziona.
Innanzitutto, funziona perché garantisce al Comune una maggioranza: se nessun candidato sindaco raggiunge il 50% più 1 dei voti al primo turno, i due candidati più votati si contendono la vittoria al secondo turno. Alla lista o liste collegate al sindaco vincente viene garantito il 60% dei seggi.
In secondo luogo, funziona perché consente agli elettori di scegliere il proprio sindaco: essi, infatti, possono decidere di votare il proprio partito e, al contempo, il candidato sindaco di un altro partito/coalizione, grazie al voto disgiunto. Ciò è positivo perché spinge i partiti a prestare attenzione alla scelta della persona da candidare alla guida della Giunta.
In terzo luogo, funziona perché consente ai cittadini di scegliere il proprio rappresentante in Consiglio comunale, potendo esprimere una preferenza.

Il sistema elettorale che va bene per un Comune, però, non va bene automaticamente per un intero Paese. Banalizzando, sarebbe come pensare che il motore progettato per la Panda possa dare buone prestazioni anche nella Ferrari (e viceversa).

Passare al “sindaco d’Italia” vorrebbe dire che i cittadini eleggono direttamente il capo del governo. Finora questo è stato possibile in Italia con una sorta di forzatura costituzionale: il premier viene “indicato” sulla scheda elettorale, accanto ai nomi dei candidati al Parlamento, ma in pratica si tratta di una vera e propria elezione diretta da parte dei cittadini. Non è così in Germania o in Gran Bretagna: gli elettori inglesi, ad esempio, non trovano sulla scheda elettorale il nome di Cameron o Blair, che diventano premier in quanto segretari del partito che vince le elezioni. In Italia, invece, diventa premier una persona che un partito può anche non averlo.
Quale sarebbe dunque il beneficio di una riforma elettorale che comporta una complessa riforma costituzionale? Nessuno. Non è un caso che l’elezione diretta del premier non esista in nessun’altro Paese democratico. L’unico che l’aveva adottata – Israele – se ne è disfatto, in quanto conferiva una forte legittimazione al primo ministro, senza che questo significasse rendere omogenea la sua coalizione, con conseguente rischio di paralisi dell’azione governativa e di continuo ricorso alle urne.
Se ancora non bastasse, si può ricordare che quello comunale è un sistema elettorale di tipo proporzionale – per quanto con soglia di sbarramento e premio di maggioranza – che non pare essere il sistema preferito dal sindaco fiorentino.

In conclusione, non è con le semplificazioni che si fanno le riforme: i politici smettano di camuffare per tecnicismi semplici regole di buon funzionamento democratico e comincino a spiegare le loro proposte almeno con linguaggio di verità.

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