La distanza tra sistema-imprese e sistema-paese

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L’economia italiana fatica ad abbandonare una fase di grave crisi, la peggiore dal Dopoguerra ad oggi. Elevato tasso di disoccupazione e calo del PIL sono i sintomi di un malessere diffuso che ci sta accompagnando al termine del 2013, diversamente da quanto accade in alcuni altri Paesi europei, che mostrano segni strutturali di ripresa.

Vale però analizzare, seppur brevemente, alcuni aspetti di dettaglio, per tracciare un quadro completo della situazione che consenta di apprezzare qualche aspetto potenzialmente positivo.

Prima constatazione. Il declino è in atto: il PIL Italia pro-capite, dopo l’espansione del Dopoguerra, ha iniziato a ridursi sin dai primi anni ’90. Mentre in altri Paesi europei (nel grafico, la Germania) il trend si è invertito, nel nostro Paese si è acuito.

Andamento del PIL pro capite, valori indici a prezzi 1990, PIL pro capite USA=100

Per esplorarne le cause, circoscriviamo l’analisi alla dinamica del comparto industriale che, sebbene rappresenti il 20% circa del valore aggiunto nazionale, ha un ruolo strategico e presenta due importanti punti di forza: (i) ha un ruolo fondamentale nell’export, pesando per circa l’80% e (ii) effettua circa il 70% della spesa in ricerca e sviluppo ed è quindi fonte di innovazione e competitività, fungendo da traino per lo sviluppo dei servizi. L’industria Italiana ha manifestato il maggior calo di produzione, sia nella componente manifatturiera che in quella delle costruzioni:

Incidenza del settore industriale sul valore aggiunto (in %, valori correnti ai prezzi di base)

Dopo il grande sviluppo successivo al Dopoguerra, gli anni ’90 hanno segnato il passo: si riduce il  valore aggiunto dell’industria e si manifestano le prime debolezze dei comparti manifatturieri, sino alla crisi conclamata degli ultimi anni, post 2007.

Le ragioni di tale fenomeno sono legate ad un complessivo declino di produttività, spiegato a sua volta da alcune principali cause:

– la pressione fiscale (il cuneo è il vero freno fiscale all’economia nazionale),

– il costo dell’energia,

– la scarsa diffusione di reali meccanismi di mercato, anche per via della resistenza opposta da  corporazioni e interessi di parte, oltre che di corruzione e illegalità,

– una serie di fattori storici propri del settore industriale italiano: bassa capitalizzazione, dimensioni spesso limitate, scarse risorse destinate all’innovazione.

Purtroppo la classe dirigente italiana non ha colto l’involuzione in atto che, vale ribadire, non è solo crisi recente, ma ha radici ben più lontane.

Esistono concrete possibilità che il trend si modifichi?

Per tentare una risposta è necessario dettagliare ulteriormente l’analisi osservando, con riferimento al comparto manifatturiero (per quello delle costruzioni la crisi è ancora intensa), la scomposizione del fatturato complessivo tra quello riferito al mercato domestico e quello del mercato estero:

 

Indici del fatturato della manifattura Italiana, 2010=100, dati destagionalizzati

Come si nota, dopo la crisi del 2008 è il fatturato domestico che mostra una dinamica negativa, mentre quello estero ha ripreso slancio portandosi sui livelli pre-crisi.

Seconda constatazione. Esiste un substrato imprenditoriale capace di superare le difficili situazioni contingenti e riprendere ad essere competitivo.

È invece il sistema-Paese Italia che stenta a fare la sua parte, un sistema-Paese dimostratosi incapace di sostenere la domanda interna e che – a causa di politiche fiscali restrittive, in assenza di seri interventi di supporto a capitale e lavoro – non ha saputo reagire al calo dei consumi e all’aumento dell’incertezza.

Un progetto per la ripresa non può prescindere dall’esistenza di un adeguato numero di imprese “sane”, atte cioè a sostenere investimenti produttivi e a renderli profittevoli. Come hanno superato la recente crisi le imprese italiane? A questo proposito, Cerved ha analizzato l’universo delle imprese domestiche (“Esiste un mercato per i minibond in Italia?”, Cerved Goup, ottobre 2013), forte di un’ampia base dati costruita nel tempo, differenziandole tra “solvibili” e “rischiose”, in base alla metodologia di rating proprietaria.

Tra le 114.000 imprese censite, con fatturato superiore a 2 milioni (nel 2007 erano 127.000):

– le imprese “solvibili” sono aumentate dal 43% (nel 2007) al 46% del 2011 (ultimo anno in cui sono disponibili i bilanci alla data dell’analisi),

– quelle “rischiose” sono passate dal 21% del 2007 al 17%, cioè si sono ridotte.

Le imprese “solvibili”, nonostante la crisi del quinquennio, hanno ridotto i debiti, aumentato la patrimonializzazione, contenendo le perdite di ricavi e redditività. Per contro, delle imprese già rischiose nel 2007 molte non sono più attive e le poche che sono sopravvissute alla crisi hanno fatto ricorso a modelli di business vincenti che hanno permesso di migliorare la patrimonializzazione. In sostanza, per quanto sia doloroso da sostenere, si è verificata una sorta di selezione naturale che ha portato all’eliminazione delle imprese più deboli.

Terza constatazione. Esiste un ampio bacino di imprese che hanno saputo adattarsi alle difficoltà e migliorare la propria posizione: molte di esse possono affrontare una nuova fase di investimenti mostrando spazio per ulteriore indebitamento.

Le constatazioni evidenziate in questa breve analisi permettono di affermare che il sistema-imprese mostra una certa capacità di reazione alle difficoltà. Tuttavia, ciò non può bastare perché il sistema-imprese vive in un sistema-Paese. Tra le altre cose, è necessaria una politica economica per il riavvio del sistema industriale che preveda (i) interventi mirati delle risorse pubbliche per favorire la crescita dimensionale e l’internazionalizzazione delle aziende, l’investimento in ricerca e sviluppo, la nascita di imprese innovative, (ii) politiche attive per il lavoro atte a favorire la corretta allocazione di risorse e ridurre gli oneri fiscali, (iii) riduzione dei costi energetici e di quelli amministrativi (diretti e indiretti, cioè connessi a malfunzionamenti, corruzione, corporativismo).

Gli effetti benefici produrrebbero risultati positivi sull’intero sistema economico e, conseguentemente, un ritorno sul benessere generale del Paese.

 

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