I fronti contrapposti sulla legge elettorale

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Di riformare il sistema elettorale italiano se ne parla ormai da molti anni, praticamente già dai mesi successivi all’approvazione della legge, che risale alla fine del 2005. In questi anni si sono susseguiti numerosi tentativi, sia in Parlamento sia tramite referendum, ma tutti hanno inevitabilmente fallito: il “Porcellum”, aspramente vituperato a parole, nei fatti è convenuto a molti. E quindi resiste. Cambiare lo status quo in politica è sempre difficile, soprattutto in assenza di forti leadership e maggioranze politicamente coerenti. A maggior ragione se la materia è delicata come la riforma della legge elettorale. Una riforma cruciale in grado di determinare i futuri equilibri del nostro sistema politico e il modello di competizione fra i partiti negli anni a venire.

Eppure qualcosa sembra essere cambiato negli ultimi mesi. Le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio hanno dimostrato (semmai ce ne fosse bisogno) che questa legge elettorale rende molto difficile la produzione di maggioranze coerenti tra le due Camere (soprattutto per via della “lotteria” di premi regionali al Senato). A meno che non si stravinca (come fece Berlusconi nel 2008) il Porcellum non è in grado di tradurre maggioranze relative di voti in maggioranze assolute di seggi. In due casi su tre (2006 e 2013) ha fallito questo obiettivo. Il giorno della sua rielezione, di fronte al Parlamento in seduta comune, il Presidente Napolitano ha indicato come priorità fondamentale del paese il tema della riforma elettorale, dichiarando esplicitamente di volersi impegnare in prima persona per la modifica del Porcellum. Visto l’impegno diretto di Napolitano, il dibattito sulla riforma è ripreso anche in questa legislatura e con nuovo vigore.

Le posizioni in campo sono molteplici ma possono essere riassunte in due alternative visioni di fondo del sistema politico italiano, trasversali ai principali partiti: la visione consensuale e  quella avversariale.

I sostenitori della prima visione ritengono che l’anomalia del Porcellum sia l’eccessivo premio di maggioranza concesso alla forza politica che ottiene più voti alla Camera e sperano che la Corte Costituzionale, che a breve potrebbe pronunciarsi sull’argomento, dichiari il Porcellum o parte di esso incostituzionale. L’attuale legge va quindi superata introducendo un sistema proporzionale, magari di tipo tedesco. Un sistema che, dietro la concessione agli elettori del diritto di “scegliersi i parlamentari”, magari reintroducendo il voto di preferenza, di fatto restituisca pienamente nella mani dei partiti il potere di negoziare accordi post-elettorali, proprio come avveniva nella I Repubblica. Le elezioni si decideranno dopo il voto e se non ci sarà una maggioranza chiara, i partiti ne troveranno una successivamente. Visto quello che è appena accaduto in Germania – in cui la Merkel e il suo partito non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi nonostante il 42% dei voti e il miglior risultato dal 1957 – la vittoria di questa visione sancirebbe l’istituzionalizzazione delle larghe intese che da soluzione di emergenza diventerebbero prassi di governo. Non a caso tra i maggiori sostenitori della visione consensuale del nostro sistema politico ci sono il Presidente Napolitano (l’artefice del governo Monti prima e di quello Letta poi), il centro di Monti e Casini, una consistente parte del Pd, quella che si rifà a D’Alema e che oggi sostiene Cuperlo alla segreteria, e una quota consistente del Pdl/Forza Italia. Quest’ultimo partito ha per anni impersonato la svolta “maggioritaria” della Seconda Repubblica e la democrazia dell’alternanza. Ma adesso, con un Berlusconi sempre più debole e isolato nonché tecnicamente impresentabile come candidato premier, vira verso un proporzionale con il quale avrebbe sempre grandi possibilità di entrare in coalizioni di governo.

I sostenitori della seconda visione – quella avversariale – sostengono che il principale difetto del Porcellum sia l’incapacità di produrre maggioranze nei due rami del Parlamento e assicurare la governabilità di cui il paese ha bisogno per tirarsi fuori dalla crisi. La legge elettorale va quindi cambiata rafforzando il principio maggioritario e aumentando la “disproporzionalità”. Lo si può fare in due modi: o tramite i collegi uninominali, magari con il doppio turno, o introducendo anche al Senato un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione con più voti.

Il doppio turno di collegio sul modello francese è la proposta ufficiale del Pd ed in questi giorni è stato rilanciato da un appello firmato da Sartori e altri 100 politologi, ma ha il grosso difetto di non piacere al Pdl che storicamente soffre i collegi e, a livello locale, sperimenta spesso un astensionismo del proprio elettorato al secondo turno. Inoltre forse non piace nemmeno ai Cinque Stelle. Questi ultimi sembrano molto confusi sull’argomento, ma Grillo ha capito che se la partita si trasforma in una sfida tra candidati nei collegi i suoi hanno tutto da perdere. Ed è per questo che oggi è il maggior sponsor del Porcellum, con il quale può massimizzare il peso della sua leadership carismatica e sognare il colpaccio alla Camera.

C’è poi la proposta del Professor D’Alimonte, ossia il doppio turno di lista: è un Porcellum rivisitato in cui, sia alla Camera che al Senato, la coalizione con più voti ottiene il 55% dei seggi se ha raccolto almeno il 40% dei voti. Altrimenti si procede ad un secondo turno tra le due coalizioni più votate per assegnare il premio. Si avvicina moltissimo alla “legge dei sindaci” da tempo invocata da Matteo Renzi. Ha il vantaggio indiscutibile di garantire una maggioranza certa e legittimata dal doppio turno (quindi da una maggioranza assoluta di voti al ballottaggio). Il difetto è legato all’elezione dei parlamentari dal momento che rimarrebbero le liste bloccate. Con il doppio turno di collegio, invece, ritorneremmo ad avere una rappresentanza parlamentare responsabile e legittimata, però, nonostante gli innumerevoli vantaggi garantiti da questo sistema, la certezza di una maggioranza in Parlamento (visti gli attuali rapporti di forza tra i partiti) non ci sarebbe.

Sulla strada della riforma si scontrano dunque due diverse visioni sui futuri assetti del nostro sistema politico. Una punta a trasformare l’Italia in una democrazia consensuale con accordi post-elettorali e condivisione del potere esecutivo in ampie coalizioni. L’altra punta ad avvicinare il paese al modello anglosassone, basato sul confronto tra due forze politiche in competizione per la maggioranza dei seggi e il governo.

Da queste due visioni alternative discendono due diverse “ricette” per un nuovo sistema elettorale. Trovare un compromesso sarà difficile. E il rischio di ritrovarci a “mangiare” ancora il Porcellum appare molto concreto.

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