Un Governo ingessato

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Se è vero che il tempo delle riforme, in Italia, non è più rimandabile, lo è altrettanto che l’attuale Parlamento non è in grado di farle. Costretto da una maggioranza monca al Senato, ha dato vita a un Governo che sta insieme solo per mancanza di alternative. Nulla a che vedere con la grande coalizione di cui sono stati capaci in Germania. Da noi la larghe intese sono solo sinonimo di litigi e veti incrociati, spesso su questioni irrilevanti, che consumano il tempo in annunci roboanti, subito seguiti da rinvii per nulla dignitosi per una classe dirigente in perenne ritirata dai temi più scottanti: l’elenco, dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa al blocco dell’aumento dell’Iva, è lungo e fin troppo noto.
È un Governo sostanzialmente bloccato, non tanto per le beghe giudiziarie di Berlusconi o per i dissensi interni al Pd, ma perché incapace di arrivare a una qualche forma di sintesi tra due coalizioni contrapposte, che la pensano in modo diverso praticamente su tutto, a parte le mere dichiarazioni di facciata sul comune interesse per il bene del Paese. L’attuale stallo politico, dunque, era non solo prevedibile, ma ampiamente annunciato: perché, allora, tanto stupore oggi per la pochezza dei risultati raggiunti sin qui dal Governo Letta?
Meglio smettere i panni dell’ipocrisia e riconoscere, prima che sia troppo tardi, che questo Governo non sarà in grado né di far riprendere l’economia né di fare alcuna grande riforma. Dunque, proceda con passo svelto alla riforma elettorale, possibilmente dignitosa, e a poche misure mirate a evitare il tracollo economico, come le agevolazioni fiscali alle imprese, la riduzione del cosiddetto cuneo fiscale e lo stimolo alla ripresa del credito bancario. Poi, di corsa al voto, che non è sicuramente lo scenario auspicabile per nessun Paese oggi, ma è pur sempre meglio di un’agonia che assomiglia sempre più a una morte assistita. Non del Governo, però, bensì dell’intero Paese.

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