Se la riforma costituzionale è un diversivo

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Sarà un caso, ma appena la legge elettorale ha cominciato a destare più di qualche malumore nell’uno come nell’altro schieramento politico, i nostri politici non hanno trovato di meglio che metterci sopra un carico della portata del cambio della forma di governo. Finalmente, viene da pensare di primo acchito. Soprattutto se il sistema in cui cambiare è quello del semipresidenzialismo alla francese, uno dei più perfomanti tra le democrazie contemporanee.
Subito dopo l’entusiamo del momento, sorge però un dubbio: partiti che non sono in grado di trovare neppure un accordo di massima su una legge ordinaria, quale è quella per le regole elettorali è, come possono anche solo pensare di mettere in piedi una riforma di rango costituzionale? Che quest’ultima sia necessaria è evidente. Da tempo. Ma occorre essere realisti: il tormentone del “presidenzialismo sì/presidenzilaismo no” sembra allestito ad arte per camuffare l’incapacità dei partiti di trovare un accordo dignitoso sulla legge elettorale che gli Italiani si aspettano da anni.
Il fumo semipresidenziale, poi, è servito anche a sviare l’eccessiva attenzione al ddl presentato dal governo sul finanziamento dei partiti.
Insomma, tanti temi da dibattere poprio per non approfondirne nessuno e confondere l’opinione pubblica. Non è difficile prevedere che, stando così le cose, si risolverà nel solito nulla di fatto.

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